Laura Mancinelli.
...
.
...
ANDANTE CON TENEREZZA.
...
.
...
2007. Einaudi Editore, TORINO.
ISBN 88-06-16101-6.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
Si pu essere una bambina dispettosa e diventare una donna schiva. Ci si pu perdere fra le montagne della Svizzera e ritrovarsi fra quelle del Piemonte, guardando crescere gli alberi che si sono piantati intorno al proprio chalet.
Si pu amare la vita, e sentirla ovunque - in un'alba sul mare del Tigullio, in un cespo di insalata nato fra le erbacce -, anche dopo essere stati colpiti da una
malattia che non si pu curare.
Andante con tenerezza, l'ultimo libro di Laura Mancinelli,  il primo in cui l'autrice si cimenta con l'autobiografia.
Genere difficile, soprattutto per chi ha sempre preferito prestare la propria voce ad abati del passato, a docenti universitari o a parroci di montagna; cos difficile che, per vincere il proprio riserbo a raccontarsi, la scrittrice a volte si guarda da fuori, e si riferisce a se stessa in terza persona. Altre volte, per, l'io riprende la parola, ed  in questo calibrato intreccio fra partecipazione e distacco, fra commozione e autoironia, che si rivela un'esistenza piena e ricca.
Piena e ricca di affetti, dal padre che, in tempo di guerra, non esitava ad attraversare la citt sotto venti chili di salumi per sfamare la sua famiglia, al nipotino
che passa un'intera notte a cercare di far uscire la zia rimasta chiusa nel bagno; piena e ricca di incontri, da Tazio Nuvolari che restituisce alla piccola Laura un pattino finito nel suo giardino, a Raskolnikov, geniale e strampalato pianista; piena e ricca di viaggi, dalla Sardegna a Vienna, da Mantova a Venezia; piena e ricca di dolori, dalla morte improvvisa della madre a quella precoce del compagno...
Senza perdere il senso della misura ma anche senza reticenze, Laura Mancinelli mette a nudo se stessa: e quegli affetti, incontri, viaggi e dolori animano una narrazione condotta sempre con umorismo e lievit di scrittura, ma anche addolcita dalla poesia; e basterebbero a testimoniarlo le pagine in cui l'autrice descrive il silenzio di una nuotata, o i giochi di uno scoiattolo - o, semplicemente, la preparazione di una parmigiana di melanzane, squisita anche per le formiche di un lontano picnic al parco cittadino.
...
.
...
L'AUTRICE.
...
.
...
Laura Mancinelli (Udine 18 dicembre 1933, Torino 7 luglio 2006), dopo un soggiorno di quattro anni a Rovereto dove visse la prima infanzia, la famiglia si trasfer a Torino.  
Figlia di un impiegato della Banca dItalia e di una insegnante di matematica delle Superiori, consegu la maturit al liceo classico "Cavour" di Torino. 
All'Universit di Torino, dove conobbe Claudio Magris, studi letteratura tedesca con il professor Leonello Vincenti. 
Si laure nel 1956 in lettere moderne con una tesi dal titolo Conrad Ferdinand Meyer, poeta epico lirico. Negli anni seguenti il dottorato insegn per tredici anni nella scuola media, continuando sempre a interessarsi e a lavorare sulla cultura tedesca medievale. Negli anni settanta lasci la scuola media per insegnare filologia germanica all'Universit di Sassari, dove conobbe il collega ispanista Cesare Acutis. A Sassari si ferm due anni poi, chiamata a Venezia dal germanista Ladislao Mittner, nel 1976 ottenne la cattedra di storia della lingua tedesca all'Universit Ca' Foscari. Nellanno accademico 1980-1981 fece ritorno a Torino e alla sua cattedra di filologia germanica che tenne fino al 1994. 
E' stata una germanista, medievista, traduttrice e scrittrice italiana, ha scritto numerosi saggi di storia medievale e romanzi storici. 
Ha pubblicato presso Einaudi: Il messaggio razionale dell'avanguardia, I dodici abati di Challant, Il fantasma di Mozart, Il miracolo di santa Odilia, Gli occhi
dell'imperatore, I tre cavalieri del Graal, Raskolnikov, Il mistero della sedia a rotelle, Killer presunto e Persecuzione infernale, (questi ultimi costituendo tre episodi dei Casi del capitano Flores), Il principe scalzo.
...
.
...
ANDANTE CON TENEREZZA.
...
.
...
Indice.
...
.
...
1. Melanzane imbottite.
2. La bambina dispettosa.
3. Un'avventura infantile.
4. Fagioli di guerra.
5. Lieto evento.
6. Arricchimento del vocabolario.
7. Mantova, seconda infanzia.
8. Mantova, addio.
9. La valigia di salami.
10. Disagi scolastici.
11. Avventura in citt.
12. Il mio Venticinque Aprile.
13. Il portapacchi.
14. La parmigiana di melanzane.
15. Via Cernaia e il Conte di Cavour.
16. Tesi di laurea.
17. Intermezzo.
18. Sardegna, come un'infanzia.
19. Picnic.
20. Camminare.
21. Ultimo dono.
22. Canne al vento.
23. Fuga a Venezia.
24. Avventura viennese.
25. Tradimenti.
26. La cena delle pizze.
27. Un fantasma gentile.
28. Ritorno a Torino.
29. Le strade di Torino.
30. Riflessione.
31. Mia madre.
32. Il bambino biondo.
33. Non sapevo che sarebbe.
34. Vigilia di Capodanno.
35. Perch Mozart e non Lis.
36. Pellegrinaggio a Strasbur.
37. Morire e rinascere.
38. Tourne a due.
39. La casa in collina.
40. Piante e lepri.
41. Villafranca d'Asti.
42. Transizione.
43. Incubo.
44. La caduta.
45. Ritorno alla vita?
46. Scontro con il computer.
47. Percorso di adattamento.
48. Riflessione seconda.
49. Il mio mare.
50. Sprazzi di gioia.
51. Arbusto nella nebbia.
52. Vacanza in montagna.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
Capitolo 1.
...
Melanzane imbottite.
...
Si prendano tre melanzane, di quelle a forma di pera,
che secondo me sono le migliori, saporite ma non piccanti,
si taglino a fette alte mezzo centimetro per il lungo, senza
sbucciarle e togliendo solo un lembo di buccia alle fette
estreme. Si uniscano a due a due, mettendo in mezzo
una fetta di prosciutto cotto un po' spessa e una di pecorino
fresco. Si passino le coppie nell'uovo e poi nel pangrattato
facendo attenzione che il tutto aderisca bene. Si
friggano in olio bollente. Sono una variante della parmigiana
di melanzane, senza parmigiano, come ognuno pu
vedere. Io le ho mangiate in Sardegna. Ah, dimenticavo!
Quando si ritirano dalla padella bisogna metterle su uno
strato di carta da pane, perch assorba l'olio in eccedenza.
Devono essere croccanti.  meglio mangiarle calde. C'
il rischio di scottarsi. Ahim, le melanzane imbottite,
quando le facevo con le mie mani, erano molto pi buone!
O forse  un'impressione? Come per tante altre cose
che non posso pi fare?
Qualche volta mi capita di sognare. Sogno di camminare,
senza sforzo e senza nessun appoggio, camminare
semplicemente per casa, da una stanza all'altra, e mi sento
felice di questo mio muovere i piedi sul pavimento.
Non  una passeggiata sulla riva del mare, in autunno,
sulla sabbia umida di risacca, sotto il pallido sole di fine
ottobre, come tanto mi piaceva un tempo, n il giro del
mio giardino in montagna, a guardare gli alberi, a controllare
di quanto sono cresciuti i tronchi degli abeti, degli
aceri, a insinuarmi nel boschetto di betulle davanti alla
casa, ad accarezzare le fronde morbide del salice giapponese...
Ora li guardo dal terrazzo, i miei alberi, e non
posso neppure toccarli. S, ho sognato che camminavo
semplicemente per casa, ed ero felice. Al risveglio ho capito
perch ero felice di una cosa tanto banale, che tutti
fanno giornalmente, senza rendersi conto della fortuna che
hanno di poter camminare.
 diversa la vita considerata da una sedia a rotelle. Il
mondo si restringe. Quello che posso vedere  poco, molto
poco. Niente pi tramonti per esempio. Amavo tanto il
tramonto che, quando abitavo a Venezia, uscivo apposta
verso sera per andare a vedere il sole che scendeva dietro
l'isola della Giudecca. Mi fermavo sulle Zattere e guardavo.
La luce, filtrata attraverso la leggera foschia dei pomeriggi
estivi, assumeva colori che sfumavano lentamente
con l'avanzare dell'ora, fino a perdersi in un sottile grigiore.
Quando ogni colore era spento, me ne andavo a casa.
Tornata a Torino, dopo la parentesi veneziana, mi accadeva
di prendere il treno in pieno inverno per andare a
vedere il tramonto nel Tigullio, dalla terrazza di casa. Il
sole, al tempo del solstizio, scende in mare proprio di fronte,
si  tentati di dire, in mezzo al golfo. E incendia cielo
e mare. Dopo che il sole  scomparso, rimane una luminosit
sull'acqua che va dal rosa al viola, e molto lentamente
si spegne nel grigio. Quando il mare  in burrasca,
la scena  molto pi movimentata, perch ogni onda sposta
i piani di rifrazione e riflessione, e luci e colori sono in
continuo movimento. Allora scendevo sulla riva del mare
per vederli, luci e colori, impazzire nelle infinite gocciole
dell'onda infranta sugli scogli.
Di queste cose che amavo mi  rimasto il ricordo. Affiora
a tratti, improvviso. Ricordo di cose lontane, rimasto
sepolto per tanto tempo. Forse  proprio dei vecchi, e
degli invalidi, questo guardare indietro, perch non ha pi
senso guardare in avanti, pensare a un futuro.
La memoria impreziosisce i ricordi, li fa risplendere come
gioielli sulla loro base di velluto. Della memoria si pu
vivere, soprattutto se si  avuta la fortuna di aver vissuto
una vita abbastanza lunga prima di essere colpiti dalla malattia
invalidante, e di averla vissuta con coscienza sempre
vigile, che imprime gli avvenimenti come incisioni su
lamina lucente. Per questo ho deciso di scrivere il libro che
raccoglie alcuni dei miei ricordi, i pi preziosi, vincendo
il riserbo che mi ha sempre impedito di parlare di me, della
mia vita, se non per metafora, qualche volta.

 Capitolo 2.
La bambina dispettosa.

Probabilmente non  un ricordo autentico, ma mediato
attraverso racconti familiari, perch non si pu conservare
memoria dell'et di due anni. Doveva avere due anni
infatti, quella bambina, quando trotterellando su gambe
malferme si diresse verso lo stanzino dove stavano
ammucchiati i giocattoli di suo fratello, Robertino, di poco
pi grande, ma gi serio e giudizioso come un fratello
maggiore. Chiss, - pensarono la mamma e la nonna che
la stavano osservando, - forse vuol prendere un giocattolo di Robertino. Invece la bambina si arrampic faticosamente
sul mucchio di trenini, secchielli, palette e dadi
per costruzioni, e vi fece la pip. Poi ridiscese dal mucchio,
anzi rotol gi.
- Perch hai fatto questo al povero Robertino? Lui non
ti aveva fatto niente! Guarda adesso come piange!
Era vero. Il povero Robertino, che aveva assistito impotente
alla scena, piangeva spalancando una bocca pi
grande di tutta la faccia. Gridava che adesso tutti i suoi
giocattoli erano da buttar via, che lui non li voleva pi toccare.
Doveva essere una scena memorabile. La nonna lo
prese in braccio cercando di calmarlo, mentre la mamma
portava tutti i giocattoli nella vasca da bagno e li lavava
col sapone.
Perch l'aveva fatto? Allora non era di moda la psicanalisi
e nessuno pens di indagare le ragioni profonde di
quel comportamento. Era stato un dispetto e basta. La
bambina voleva bene al fratellino maggiore e di solito
giocavano insieme senza grandi litigi. Certo lui era il primogenito,
aveva pi giocattoli di lei, ma anche una vita pi
lunga alle spalle, con pi compleanni, onomastici e Befane,
e questo spiegava il maggior numero di regali ricevuti.
Gli avevano fatto anche pi fotografie, nudo, vestito, con
berrettino in testa, senza berrettino. Una di quelle foto sarebbe
diventata famosa: ritraeva Robertino in costume da
bagno con le bretelle - allora si portavano con le bretelle
- e un cappellino bianco in testa, in braccio al pap, al mare.
L'acqua arrivava alle caviglie del padre, quindi era ben
lontana dal lambire i piedi del bambino, e va detto che, e
risulta dalla foto, il mare era piatto come uno stagno. Ma
Robertino piangeva con tutta la bocca spalancata. Aveva
un modo di piangere senza lacrime, e tutta la faccia scompariva
dietro quella enorme bocca strillante. La spiegazione
del pianto disperato era che aveva paura del mare. Gli
sarebbe sempre rimasta quella paura, motivata forse da reciproca
antipatia. Infatti le poche volte che, divenuto ragazzo,
si azzard ad allontanarsi di qualche bracciata dalla
riva, dovettero ripescarlo e portarlo a terra di peso. Fu
chiaro fin da allora che il suo avvenire non era sul mare.
Tornando all'increscioso episodio della pip sui giocattoli,
si pu ipotizzare che nell'inconscio della bambina covasse
l'invidia non tanto del pene, come avrebbe sostenuto
la psicanalisi freudiana, quanto del mucchio di giocattoli,
nonch di tutte le prerogative del primogenito, tra
le quali appunto il numero delle fotografie: ma  probabile
che a lei, a quell'et, delle fotografie non importasse
niente.
Ce n' una, di qualche anno pi tardi, che ritrae la mamma
a passeggio con i due bambini, uno per mano: il maschietto
con un berrettino che doveva nascondere il volume
della testa, giudicata dai genitori troppo grossa e rotonda;
la bambina con un enorme fiocco bianco alla sommit
del capo, anch'esso funzionale in quanto doveva correggere
l'eccessiva esiguit della testa. In realt i due ragazzi
crebbero perfettamente normali, n diedero mai adito al sospetto
di stupidit lei, di follia criminale lui. Cesare Lombroso
non era pi di moda.
Andavano anche d'accordo e, una volta cresciuti, giocavano
sempre insieme. Disdegnando ciascuno i propri
giocattoli, i trenini lui, le bambole lei, giocavano all'ufficio
postale. Seduti su due bassi sgabelli, usando le seggiole
di cucina come scrivanie, passavano ore a dare gran
colpi di timbro - erano timbri fuori uso perch troppo
consumati - su certi fogli rigati, che erano in realt moduli
prestampati per versamenti bancari, anch'essi ritirati
dalla circolazione perch sbagliati. Fratello e sorella parlavano
entrambi con un pubblico ipotetico attraverso le
sbarre degli schienali delle sedie, che erano a listelli orizzontali,
invitandolo a spostarsi allo sportello di destra o a
quello di sinistra, secondo le operazioni che si dovevano
fare. Quando il gioco finiva perch le sedie occorrevano
per il pranzo, infilavano tutti i foglietti coperti di timbri
in una cartellina dal colore indefinibile, tra il rosa e l'arancione,
su cui era scritta la parola Concernente. I due
bambini non sapevano che cosa significasse quella parola,
n se ne preoccuparono mai: tuttavia il termine rimase legato
al colore, e ancora molti anni dopo, quando della parola
conoscevano il significato, nel loro lessico familiare
ricorreva il color concernente, per indicare un giallo rosato,
o un arancione giallastro, altrimenti non definibile.
Va da s che entrambi volessero fare, da grandi, l'impiegato
postale, e sognassero di passare le loro giornate in
un paradiso di prestampati, timbri e datari. Poi Robertino
scopr i gelati, e opt per il mestiere di gelataio.
Nel paese dove abitavano prima di andare a scuola
c'era un ragazzo, poi identificato per il figlio del lattaio,
che girava con un carrettino da gelati: aveva due bidoni
col coperchio argentato infilati nel piano del carretto, dai
quali estraeva con la paletta due soli gusti, vaniglia e cioccolato.
Anche le dimensioni dei coni erano soltanto due:
da dieci centesimi e da venti, un nichelino. Siccome il nichelino
era pi piccolo della moneta da dieci centesimi, che
era di rame, la bambina, che non conosceva i numeri - e
possiamo anticipare che non li avrebbe mai conosciuti bene
-, quando le chiedevano se voleva un cono da dieci o
da venti centesimi, rispondeva invariabilmente da dieci,
in base al ragionamento che a moneta pi grande dovesse
corrispondere un gelato pi grosso. Tranne poi stupirsi nel
vedere suo fratello che leccava un cono doppio del suo. Dovette
convincersi che il gelataio, cio il figlio del lattaio,
fosse un imbroglione, o che avesse un'intesa segreta con
suo fratello. La questione non fu mai approfondita.

 Capitolo 3.
Un'avventura infantile.

Tanti, ma tanti anni fa quella bambina era ferma sulla
riva del lago del Moncenisio e cercava, alzandosi sulle punte
dei piedi, di vedere la sponda opposta. Per, siccome
era proprio piccola, non riusciva a scorgerla.
Strano, - mormor tra s, - mi avevano detto che questo
 un lago, e invece deve essere un mare, perch non si
vede dove finisce. Ma come pu esserci un mare in cima
a una salita? Di solito per arrivare al mare si scende. A
quanto ricordava lei, per giungere a quello specchio d'acqua
con i suoi genitori aveva fatto una bella salita, lunga
e faticosa.
Gir gli occhi intorno: il grande prato che abbracciava
quell'acqua, lago o mare che fosse, disteso placido e
piano, era tutto fiorito di grandi viole del pensiero, tanto
che il violetto delle corolle nascondeva quasi completamente
il verde dell'erba appena spuntata dopo il disgelo.
Dimenticando il dilemma lago-mare, su cui la sua giovane
mente rischiava di smarrirsi, la bambina fece qualche
saltello tra i fiori, salti di gioia perch li amava molto,
poi si dedic con grande impegno a raccoglierne un bel
mazzo. Quando le parve di averne abbastanza, dal momento
che la sua piccola mano non riusciva a tenerne di
pi, si sedette per terra in mezzo ai fiori e sparse nel grembiulino
il suo prezioso raccolto, accingendosi a riordinarlo come le aveva insegnato la sua mamma.
Era tanto assorta in questo lavoro da non accorgersi che
a un certo punto si era fermato un uomo accanto a lei: ne
scorse prima le scarpe, grossi scarponi da montagna, poi
salendo con lo sguardo lungo i pantaloni di velluto a coste
giunse fino al volto chinato a guardarla. L'uomo, che le
parve altissimo perch lei era piccola e seduta, aveva una
gerla sulle spalle: quindi doveva essere un montanaro. Lei
conosceva i montanari per averne visti due tra le statuine
del presepio, e la mamma le aveva spiegato che i montanari
portano quella specie di zaino sulle spalle per aver le
mani libere, in modo da reggere il bastone e all'occorrenza
aggrapparsi ai cespugli o alle rocce. Quindi, siccome era
una bambina educata, lo salut:
- Buongiorno, signor montanaro.
- Buongiorno, signora bambina, - rispose quello sorridendo
e chinandosi verso di lei per quanto gli permetteva
la gerla. - Ma tu sai che hai compiuto un delitto? - le chiese
atteggiando il volto a severit forse eccessiva.
La bimba lo guard senza capire.
- Eh s, - continu l'uomo, - perch i fiori che hai raccolto
non potranno fare i semi e dar vita ai loro figlioletti
l'anno prossimo. Quindi ci saranno meno viole in primavera
e, se tutti fanno come te, un giorno non ce ne sar
neppure una. Scompariranno tutte e questo bel prato non
avr pi fiori e il lago sar triste, e saranno tristi tutti
quelli che passeranno dal colle e si chiederanno: come mai
non ci sono pi quei bei fiori viola col cuore giallo che
riempivano tutto il prato? E si allontaneranno pieni di
malinconia.
La bambina era rimasta senza parole al discorso dell'uomo
e lo osservava pensierosa mentre si allontanava con
la sua gerla scuotendo la testa. Guard nel grembiulino il
suo mucchietto di fiori, il suo prezioso bottino. Che era
il frutto di un delitto, come aveva detto il montanaro. E
subito le si present alla mente la scena del colle trasformato
in deserto: niente pi fiori, niente pi erba, solo dune
di sabbia con qualche sterpo secco qua e l. Tutto per
colpa sua.
Possibile? Perch la mamma non glielo aveva detto?
Anzi, le aveva detto di andare a cogliere qualche viola del
pensiero in riva al lago. Se l'aveva detto la mamma non
poteva essere un delitto, come aveva affermato quell'uomo,
la sua mamma non era mica una delinquente, non le
avrebbe mai suggerito di compiere un delitto. Piuttosto,
delinquente poteva essere quell'uomo, bench avesse una
gerla sulle spalle come i montanari del presepio.
Eh no, anche questo non poteva essere, perch non si
mettono i delinquenti nel presepio, che non andrebbero
mai a adorare Ges Bambino. E allora? Dove era il delitto?
Perplessa la bambina guard i fiori raccolti nel grembiulino,
chin il capo ad aspirarne il lieve profumo, e allora,
in quell'atto, si accorse che erano tanti. SI, ne aveva
raccolti proprio un bel mucchio. Che fossero troppi? Che
fosse nella quantit il delitto da lei commesso? La mamma
le aveva detto di coglierne un mazzetto, e la mamma
non poteva essere una delinquente.
Prov a unire i fiori tenendoli per gli steli. Certo, un
mazzetto c'era gi nella sua mano, che era piccola, e di pi
non ce ne stavano. E nel grembiulino ne rimanevano tanti.
Allora la bambina sostitu molto attentamente quelli un
po' malandati con altri pi belli, e alla fine dell'accurata
cernita teneva nel piccolo pugno uno splendido mazzetto
di viole del pensiero tutte uguali e perfettamente fiorite.
- Ecco, - disse, - questo non  un delitto perch me
l'ha detto la mamma, e alla mamma bisogna sempre obbedire.
Evidentemente il delitto sono le viole in pi, quelle
che non mi stanno nella mano. Sono queste che non faranno
i semi, cos la prossima primavera non nasceranno i
loro bambini. E se i bambini non nascono, come dice quel
signore con la gerla, che forse  un pastore del presepio,
ma la cosa non  proprio sicura, il bel prato diventer un
deserto. E questo sar il mio delitto.
Rimase pensierosa domandandosi come poteva evitare
di diventare una delinquente. Buttare via le viole rimaste
non sarebbe servito a niente, perch si sarebbero seccate
senza fare i semi. E allora, niente semi, niente bambini
l'anno prossimo. Che fare?
A un tratto il volto della bimba si illumin di un lieto
sorriso: aveva trovato il modo di evitare che quel bel posto
diventasse un deserto. Depose con molta delicatezza
il mazzetto di viole per terra accanto a s, poi si alz tenendo
il grembiulino ripiegato e, chinandosi dove vedeva
uno spazio vuoto, con il dito indice faceva un buco nel terreno
e ci infilava un fiore. Continu cos fino a vuotare il
grembiulino. Poi ripercorse il cammino a ritroso e con le
mani premette la terra intorno ai fiori trapiantati, finch
tutti furono ben saldi e ritti in mezzo al verde. Torn a riprendere
il suo mazzetto e disse:
- Ecco, cos anche loro faranno i semi e avranno i loro
bambini. E il prato non diventer un deserto e io non sono
una delinquente.
Da quel giorno lontano della mia infanzia non sono pi
tornata sul colle del Moncenisio, non so perch, forse semplicemente
le strade della mia vita mi hanno portata altrove.
E ormai  troppo tardi.
Ma so che il prato attorno al lago  ancora pieno di fiori.
Trionfano ancora in primavera le viole del pensiero su
tutti gli altri? Spero di s: vorrebbe dire che il sistema escogitato
da quella bambina ha funzionato.
E io non sarei una delinquente.

 Capitolo 4.
Fagioli di guerra.

La Seconda guerra mondiale si materializz per me soltanto
nel '42. Prima era una parola senza particolare significato.
C'era scarsit di roba da mangiare, questo s, e
ci costringeva i nostri genitori a fare cose che non avrebbero
mai fatto.
Un giorno mio padre usc di casa dicendo che aveva
avuto un'idea brillante. Era stata emessa un'ordinanza dalle
autorit annonarie che concedeva ai coltivatori dei cosiddetti
orti di guerra un chilo di fagioli da semenza a prezzo
di tessera. Era infatti sorta in citt una miriade di orti
di fortuna, lungo le scarpate delle ferrovie, le rive di fiumi
e canali, nei viali della periferia, nelle aiuole e persino
sui balconi degli appartamenti.
Mio padre in realt non aveva nessun orto, perch i
nostri balconcini erano troppo piccoli; l'idea brillante
era di fingersi ortolano di guerra per farsi vendere un
chilo di fagioli che erano diventati, anch'essi, rari e preziosi.
Se ne and cos al mercato di Porta Palazzo, che
la domenica funzionava per vendite eccezionali, come le
sementi per orti di guerra. Raggiunse il banco dei fagioli
e ne chiese un chilo. Il venditore glieli pes, mentre
mio padre gi pregustava quei borlotti con le cotiche, l'unica
parte del maiale che si potesse ancora trovare. Erano
fagioli un po' piccoli, alcuni rosicchiati dai topi, ma
il pensiero della profumata tofeia gli fece sottovalutare
quei difettucci. Gi allungava le mani per prendere il suo
cartoccio, quando not un gesto sospetto da parte del
venditore: con un arnese bucherellato spargeva polverina
bianca sui fagioli.
- Che cosa fa? - chiese allarmato.
- Ci metto il veleno, no? - rispose quello.
- Il veleno? E perch?
- Ordine delle autorit annonarie. Per evitare che lei,
invece di seminarli, se li mangi. Stia tranquillo, che questo
veleno non si trasmette alle piante.
- Ma io volevo assaggiarne un po' prima di seminarli,
- balbett mio padre. Il venditore di sementi lo guard insospettito:
- Allora, li vuole o non li vuole? - e teneva il cartoccio
a mezz'aria.
- No che non li voglio, - disse mio padre, e se ne and
prima che l'altro pensasse, chiss mai, di denunciarlo per
truffa o peggio.
L'impresa dei fagioli era finita male, ma c'erano altre
iniziative in cui i miei genitori riuscivano meglio. Si trattava
di piccoli inganni per procurare il cibo alla famiglia.
Per esempio l'acquisto di patate alla borsa nera. C'erano
infatti contadini che coltivavano pi patate di quante
non ne dessero all'ammasso, termine con cui si designava
la riserva di derrate alimentari che ogni produttore era obbligato
a consegnare alle autorit annonarie, le quali avrebbero
dovuto venderle ai civili a prezzo di tessera, come si
diceva comunemente. Ho detto avrebbero dovuto perch
in genere queste derrate scomparivano misteriosamente
quasi tutte, e nessuno riusciva a capire quali fossero
le fantomatiche autorit annonarie causa delle sparizioni.
Tra i prodotti pi necessari alla nostra sopravvivenza
c'erano patate, riso e farina. Ma la farina bisognava andarla
a prendere ai mulini, che di solito non sono in citt,
il riso nel Vercellese, quindi l'unico rifornimento raggiungibile
a piedi restavano le patate.
Quando i miei genitori andavano a comperare le patate
alla borsa nera, che voleva dire pagarle a carissimo prezzo,
si mettevano in ghingheri coi vestiti migliori - e questo
infatti accadeva la domenica, che era l'unico giorno libero
per mio padre - e uscivano con la carrozzella del fratellino
appena nato, come se ci fosse lui dentro, ben coperto
dalla trapuntina celeste a fiocchetti rosa, vecchia
astuzia di quando non si poteva sapere in anticipo il sesso
del nascituro. Sotto quella sciccheria di colori c'era il sacco
delle patate. In quelle circostanze il fratellino restava a
casa affidato a me e mio fratello maggiore, che lo coccolavamo
con singolare affetto in vista delle patate che ci
avrebbe fruttato.
 
Capitolo 5.
Lieto evento.

L'evento pi importante dell'anno era stato la nascita
di mio fratello Paolo. Io avevo allora otto anni e non mi
ero accorta n dell'attesa che doveva esserci in casa, n
della gravidanza di mia madre. Non che fossi stupida, ma
non ero assolutamente interessata alla cosa. Nessuno mi
aveva detto niente del tipo ti piacerebbe avere un altro
fratellino? o preferiresti una sorellina? Al che io avrei risposto
che un fratellino ce l'avevo gi e per un terzo bambino
non c'era posto, dal momento che gli sgabelli per giocare
all'ufficio postale erano solo due. Una sorellina poi
non mi interessava perch non sapevo che cosa fosse.
Non ero egoista. Semplicemente il poco tempo che mi
lasciava libero la scuola - e la scuola allora era molto seria
- era occupato dall'ufficio postale e dai romanzi di Salgari,
che io e mio fratello leggevamo la sera a letto, e rileggevamo
pi volte, perch ci piacevano molto e perch ne
avevamo solo tre: I misteri della giungla nera e due romanzi
ambientati tra gli indiani d'America, i Sioux e le Selve
Ardenti. Infinitamente pi bello era il primo, immerso nell'atmosfera
torpida dell'india coloniale, certo pi congeniale
alla fantasia di Salgari che non le cacce al bisonte, e
per noi di impareggiabile fascino. Lo rileggevamo a turno,
e quando spettava a mio fratello, io rileggevo svogliatamente
gli altri, e tutte le mattine volevo sapere a che pagina
era arrivato. Anche oggi, dopo tanti anni, lo sappiamo
entrambi quasi tutto a memoria.
Figuriamoci se, con la mente affollata di strangolatori
misteriosi, cacciatori di serpenti dal fascino irresistibile e
bellissime vergini britanniche rapite dai primi e fortunosamente
liberate dai secondi, che dimostravano all'occasione
un coraggio sovrumano, figuriamoci se con tutto
questo e l'assiduo impegno dell'ufficio postale, con la cartellina
color concernente che si andava riempiendo di pratiche
evase e inevase, io avevo tempo di occuparmi di come
nascono i bambini e di come si concepiscono. Quest'ultima
cosa poi non me la ero nemmeno mai chiesta.
Devo confessare che neppure dopo la nascita del fratellino,
che avvenne in casa come per tutti noi, bench gi si
diffondesse l'uso di andare in clinica a partorire, mi posi
alcun problema su come fosse nato e da dove venisse.
Ricordo perfettamente che era una domenica perch non
dovevo andare a scuola, ed era maggio, una splendida giornata
di sole. Contrariamente alle abitudini, la donna di servizio
mi port la colazione a letto, e mi raccomand di non
alzarmi perch avrei avuto una bella sorpresa. Se obbedivo,
naturalmente. Non feci alcuna resistenza, anche perch
Roberto era stato mandato a casa di amici, dove si sarebbe
fermato a pranzo, e quindi potevo disporre dei Misteri della
giungla nera che in quel periodo spettavano a lui. Quanto
alla bella sorpresa pensai che fosse il solito ciambellone
che si cuoceva nel forno ogni domenica. Argomentai tuttavia
che quella non sarebbe stata una sorpresa, perch non
alterava affatto le abitudini familiari.
Solo quando venne mia nonna a darmi un'occhiata,
le chiesi:
- Che torta fate oggi, che mi avete detto che  una sorpresa?
- Ma che torta e torta! - rispose mia nonna che era
piuttosto brusca di modi. - Oggi niente torta!
- E allora la sorpresa? - ma la nonna se n'era gi andata.
Effettivamente dalla cucina non giungeva nessun effluvio,
e non si avvertiva neppure alcun movimento. Gli
unici rumori venivano dalla camera da letto dei miei genitori.
Caduta l'ipotesi della torta, posi attenzione a quello che avveniva laggi, e notai un certo andirivieni. Annusai
anche odore di disinfettante. Mettendo insieme le
varie tessere del mosaico - niente torta, rimanere a letto,
odore di medicinali - dedussi che qualcuno stava male.
Chiamai la Maria Gnaccarini, la donna di servizio, e le
chiesi:
- Che sorpresa  se non  una torta?
- Meglio, molto meglio! Pensa, un bambolotto nuovo,
che sembra vivo...
- Ma ho gi un mucchio di bambolotti! Avrei preferito
un libro di corsari, per esempio Ipirati della Malesia!
- Ma che pirati e pirati! - borbott la Maria Gnaccarini
lasciandomi con i miei desideri delusi. Essendo mantovana,
come mia madre e mia nonna, anche lei era di modi
piuttosto bruschi.
Finalmente il mistero si risolse, ed ecco la sorpresa: venne
la suddetta Maria Gnaccarini con un fagotto in braccio
e me lo depose accanto. Ebbi un terribile sospetto, lo
guardai, lo toccai su una guancia con un dito, e quello si
mosse come per cacciare una mosca.
- Ehi, - gridai, - ma questo  un bambino!
Era nato mio fratello Paolo. I primi giorni, quando si
usciva tutti insieme con la carrozzella, io e Roberto ci litigavamo
il privilegio di spingerla. Poi incominciammo a
litigare perch nessuno dei due voleva spingere la carrozzella
con il neonato.
A proposito, quella domenica non ci fu nessuna torta,
e il pranzo si ridusse a una brodosa minestra fatta dalla Maria
Gnaccarini. Chiesi a mio fratello che cosa gli fosse toccato
in casa degli amici che lo avevano ospitato, e quando
seppi che aveva mangiato risotto alla milanese mi confortai
alquanto perch a me il risotto allo zafferano non piace
niente.

 Capitolo 6.
Arricchimento del vocabolario.

Il vocabolario italiano si andava arricchendo di alcuni
termini nuovi. Fu coniata la parola sfollamento. Sfollare
non si riferiva a una folla che dovesse disperdersi, come
sembrerebbe dalla radice del vocabolo, ma voleva dire scappare
dalle citt, ormai regolarmente bombardate ogni notte
dagli aerei anglo-americani, e scappare talvolta, come accadde
a noi, con una sola valigetta venendo su dalla cantina
adibita a rifugio, dove scendevamo tutte le volte che
suonava l'allarme. La normale cantina del palazzo aveva assunto
arbitrariamente il nome di rifugio antiaereo, per
alcuni sacchi di sabbia ammucchiati in certi posti di cui non
ho mai capito la strategia. Nell'illusione di tenere alto il
morale dei poveracci che venivano strappati in piena notte
al caldo del loro letto e sbattuti in cantina dove avrebbero
potuto fare la morte del topo, qualcuno aveva dipinto
scritte pompose come vincere e roma-berlino. A
questa si aggiunse a un certo punto anche il nome tokio.
Non so quanti si lasciassero sedurre da quelle scritte;
i miei ricordi sono di gente sonnacchiosa, infinitamente
triste, che aspettava solo di udire la sirena del cessato allarme
per tornarsene a letto. Ma nessuno si lamentava o
recriminava, perch si poteva essere denunciati come disfattisti:
non so bene che cosa avrebbero potuto disfare,
ma nel linguaggio di guerra significava che non si era
contenti di patire la fame, il freddo e rischiare ogni notte
di morire per la grandezza della patria, o per gli interessi
di chi la governava.
Quella notte del novembre 1942 la sirena del cessato
allarme non suon o almeno noi non la udimmo, perch un
boato orrendo fece sussultare tutti, e la cantina si riemp
immediatamente di urla di terrore miste a polvere di carbone.
Tutti, in piedi, cercavano i familiari nel buio causato
dallo scoppio, che aveva fatto saltare la centralina elettrica.
Si chiamavano l'un l'altro fregandosi gli occhi pieni
della polvere di carbone fuoriuscita dal deposito per il riscaldamento,
mentre il fragore dei crolli copriva le nostre
voci. Cessato il fragore, qualcuno dei pi audaci si affacci
in strada. Riapparve subito dopo pallido di spavento.
La casa adiacente non c'era pi, disse, e alla nostra erano
volate via tutte le finestre e la scala.
Noi abitavamo al numero diciassette, e qualcuno aveva
iniziato la pratica in municipio per farlo cambiare, perch,
come si crede, quel numero porta iella. Tuttavia la
bomba aveva centrato in pieno il numero diciannove, e
quelli che si erano rifugiati nella cantina della casa erano
tutti morti o moribondi. Io feci subito il ragionamento che
o il destino non sapeva contare, o non era vero che il diciassette
portava sfortuna. Naturalmente mi tenni per me
la mia considerazione, poich vedevo che molte persone
erano prese dal panico, o avevano crisi isteriche, o piangevano
in silenzio.
Ci ritrovammo in strada, in una livida alba di novembre,
con una valigetta in mano e la carrozzella del fratellino
di sei mesi, che non si era neppure svegliato e continu
a dormire. Per fortuna avevamo il cappotto: da quando i
bombardamenti si susseguivano tutte le notti regolarmente,
avevamo preso l'abitudine di andare a letto vestiti, togliendoci
solo le scarpe.
Il cielo sulla citt era illuminato dagli incendi, perch
gli aerei sganciavano bombe incendiarie insieme a quelle
dirompenti. Vidi infatti che mio fratello Roberto si aggirava
intorno alle macerie come cercando qualche cosa: e
la trov infatti, una bella scheggia lunga pi di un decimetro
e tutta fessurata. Era ancora calda per l'esplosione.
Pensai che avrebbe fatto una bellissima figura sopra la cartellina
del concernente, ma subito mi ricordai che il concernente
non c'era pi, e nemmeno il nostro ufficio postale.
La prima cosa che vidi per strada fu un frate che, coricato
bocconi davanti a una finestrella della cantina accanto
alla nostra, benediva morti e moribondi.
Intanto i miei genitori si consultavano sulla direzione
da prendere: non sapevano dove andare, i tram non funzionavano
perch la corrente elettrica mancava nell'intera
citt. Decisero di seguire la fiumana della gente, che si
muoveva tutta nella stessa direzione; capii dopo che si andava
verso la pi vicina stazione ferroviaria, quella di Porta
Susa.
Mia madre spingeva la carrozzella, mio padre portava
la valigetta. Altri bagagli non ne avevamo, mentre la maggior
parte della gente era carica di fagotti. A mano a mano
che ci avvicinavamo al centro della citt, si intensificavano
gli incendi, la folla si faceva pi fitta e rumorosa:
alcuni urlavano gettando materassi dalle finestre delle case
in fiamme e rotoli di coperte che qualcuno in strada raccoglieva.
Io cercavo qualcosa di simile nei miei ricordi salgariani,
ma non lo trovavo.
Arrivammo in stazione e salimmo sul primo treno in
partenza: andava a Milano. Mia madre decise immediatamente
che dalla stazione di Milano, prendendo un treno
locale, saremmo andati a Mantova, che era la sua citt,
e dove qualcuno ci avrebbe ospitati. Mio padre non sal
con noi, perch doveva andare dai vigili urbani a denunciare
lo stato di inagibilit della nostra casa, come prescriveva
una delle ordinanze cittadine. Del viaggio non ricordo
nulla, solo spalle altrui pigiate nei corridoi, piedi altrui
che camminavano sopra i miei, fumo che entrava dal
finestrino quando qualcuno lo apriva, subito assalito da
quelli che lo volevano chiuso. Solo mia nonna, che era vecchia,
e mia mamma con il fagotto del fratellino in braccio,
avevano potuto sedersi. La carrozzella era rimasta in stazione.

 Capitolo 7.
Mantova, seconda infanzia.

A Mantova vissi l'anno pi bello della mia infanzia: vi
compii nove anni, nessuno se ne ricord, e a me non import
niente. Capivo che c'erano cose pi pressanti e gravi,
molte difficolt reali, la separazione forzata da mio padre
che era rimasto a Torino per ragioni di lavoro e tutte
le sere doveva fare chilometri a piedi per andare a dormire
in collina, fuori citt, e la nostra stessa sistemazione,
perch molti avevano avuto l'idea di andarsi a rifugiare in
quella citt bellissima e infestatissima da zanzare e topi.
Ricordo epiche cacce al topo a cui partecipavamo tutti con
scope, spazzoloni, battipanni e altre armi improprie. Persino
mia nonna, che per molte cose si sentiva vecchia, in
questo caso ritrovava la sua giovinezza. Solo il fratellino
doveva contentarsi di seguire quelle cacce dal suo seggiolone,
emettendo gridolini di esultanza, perch non sapeva
ancora camminare. In un anno cambiammo casa tre volte.
Io a Mantova scoprii la strada. La strada come libert
di giocare, spazio per incontrare altri bambini. Per non
studiare, non fare i compiti, non obbedire alla mamma. La
strada anche per stare soli. Abitavamo, negli ultimi tempi
del nostro soggiorno mantovano, in un vialetto di periferia
dove circolava una sola automobile, quella di Tazio
Nuvolari, che stava in una villa di fronte alla nostra casa.
Era un signore di mezza et e prossimo, come avrei saputo
pi tardi, a morire. Un bell'uomo, sempre con un sorriso
triste sulle labbra, cos almeno lo ricordo io, e gentile
con i bambini.
Lo vidi da vicino una volta che uno dei nostri compagni
di giochi, per farci un dispetto, aveva gettato uno dei
miei pattini a rotelle oltre il muro del suo giardino. I pattini
a rotelle in realt non erano solo miei, ma anche di mio
fratello; lui per era timido e non osava andare a suonare
il campanello della villa per recuperarlo. Tocc a me suonare
quel campanello. Venne ad aprire proprio Tazio Nuvolari,
e sul cancello mi chiese che cosa volevo. Portava
un pullover sportivo a rombi, come si usava allora e come
sarebbe tornato di moda qualche anno fa. Gli spiegai che
un bambino cattivo aveva gettato uno dei miei pattini a
rotelle nel suo giardino.
- Deve essere proprio cattivo, - disse Nuvolari, - perch
con un solo pattino non si pu giocare.
- Eh s, - ammisi io, ben sapendo che non era vero
niente, perch noi, essendo in due proprietari, ne usavamo
sempre uno per uno, a mo' di monopattino.
Mi fece strada lungo il muro e trovammo il pattino in
un cespuglio di settembrini.
Ma non fu l'unico incontro importante di quell'anno
magico. Proprio all'inizio dell'autunno che doveva concludere
il nostro soggiorno mantovano, conobbi Venturini,
un compagno di scuola di mio fratello Roberto, che faceva
la prima media. Io facevo la quarta elementare. Era
figlio di un meccanico ciclista, e a me pareva il bambino
pi fortunato del mondo perch aveva una bicicletta tutta
sua.
Come mai ho dimenticato il suo nome? Per quanto scavi
nella memoria non trovo nessun nome da accompagnare
a quel cognome. Ricordo invece benissimo che era biondo
e aveva gli occhi azzurri. Volava sulla sua bicicletta come
un cavaliere antico, anche perch, essendo la stagione
gi quasi fredda, portava una mantellina tipo tabarro, come
usava allora tra la gente di campagna.
Ricordo una ragazzina che lo aspettava seduta sul marciapiede
davanti a casa, e ingannava l'attesa facendo un
solitario per terra con un mazzo di carte che teneva sempre
in tasca. Arrivava lui, frenava di colpo, la faceva salire
sulla canna e la portava a fare il giro dell'isolato. Quando
il giro stava per finire, lui le gridava: - Tienti forte, che
facciamo la volata! - e pedalava a pi non posso. L'ebbrezza
di quella volata non fu pi dimenticata dalla bambina,
insieme al raro prestigio di avere un moroso con bicicletta.
Ovviamente le cose a scuola non andavano bene. La
mamma parl con la maestra. Le prospett la situazione
penosa di una bambina pressoch abbandonata a se stessa,
perch lei, la mamma, doveva badare al figlio pi piccolo,
e non poteva controllare ogni sera che la scolaretta
avesse fatto i compiti.
- Appunto, signora, - interloqu la maestra, - non li fa
quasi mai, soprattutto quelli di matematica.
- E poi la piccola non lo dice, - aggiunse mia madre,
- ma deve essere turbata da questi allarmi che suonano
ogni notte. Era vero: quasi ogni notte suonava l'allarme,
e noi bambini ci alzavamo per correre sui bastioni a
vedere le fortezze volanti che andavano a bombardare
Milano. Su Mantova cadde una sola bomba, per sbaglio,
doveva essere stata agganciata male. Soltanto noi bambini
correvamo sui bastioni, l trovavamo gli amici, ed era
una vera festa vedere i razzi traccianti che solcavano il
cielo notturno, tendere le orecchie agli echi degli scoppi
e decifrare, o immaginare, lontani bagliori di incendi. Io
pensavo a quanto si perdeva il fratellino, che rimaneva a
dormire nel lettone tra la mamma e la nonna, le quali come
quasi tutti a Mantova ignoravano gli allarmi. E dove
avrebbero potuto rifugiarsi? Non c'erano sotterranei, n
cantine, perch in quasi tutta la citt, se si scavava, si trovava
l'acqua.
Le perorazioni della mia mamma sortirono buon effetto
in campo scolastico, perch la maestra, persona malaticcia
e gi avanzata d'et, non conosceva l'abitudine di
noi ragazzini di andare a godere i bombardamenti dai bastioni
della citt. Ma l'argomento decisivo, che mi valse la
promozione in quinta elementare, fu il ricordo di mio nonno,
che di quella scuola era stato direttore e che tutti, maestre
e maestri, ancora veneravano. Il nonno Roberto, di
cui il fratello maggiore rinnova il nome, era morto nove
anni prima, quando io stavo per nascere, ed era ancora
amato e pianto da chi l'aveva conosciuto. Un suo grande
ritratto era appeso in direzione, e io avevo imparato a conoscere
il suo volto da quella foto, fatta poco prima che
morisse, quando era gi ammalato. Per questo lo ricordo
come una persona malinconica, e forse non lo era. Giornalista
sul foglio locale e scrittore di cose per ragazzi, aveva
studiato a Bologna con Giovanni Pascoli ed era appassionato
di letteratura.
Questo mi diceva mia madre, che lo aveva amato moltissimo,
e quando voleva farmi un complimento mi diceva
che io avevo qualcosa di suo padre, che non avevo potuto
neppure conoscere, nel modo di fare, persino in certi
atteggiamenti del viso e certe espressioni idiomatiche da
lei mai usate. Mi piace pensare di aver ereditato qualche
cosa di lui, ma purtroppo non gli occhi azzurri e i capelli
biondi.

 Capitolo 8.
Mantova, addio.

Nel novembre del '43 la notizia, rivelatasi poi errata,
che l'avanzata degli anglo-americani sarebbe proceduta
rapidamente verso nord, e l'insistenza di mio padre che
temeva una pi lunga separazione della famiglia se il fronte
si fosse attestato lungo la linea del Po, indussero mia
madre a fare il viaggio a ritroso verso Torino. Questa volta
il treno era quasi vuoto, perch nessuno lasciava il paradiso
mantovano per l'inferno torinese nel cuore della
guerra, quando anche i nostri ex alleati tedeschi ci consideravano
nemici, anzi traditori. I pochi viaggiatori che salivano
per brevi tratte, quasi tutti commercianti che viaggiavano
per i loro affari, guardavano stupiti quella famigliuola
con un pupo addormentato - il fratellino non venne
meno neppure in quella circostanza alla sua vocazione di
viaggiatore dormiente - che andava fiduciosa verso una
citt nota per la scarsit di viveri e la pericolosit dei bombardamenti.
Ma nostro padre ci aveva trovato un bell'appartamento,
e noi si tornava a casa.
Il mio addio a Mantova fu per molto triste. Eravamo
sul treno locale che doveva portarci a Milano, e io guardavo
fuori dal finestrino, nella nebbia di novembre che
sembrava l apposta per salutarmi. Mi piaceva molto la
nebbia di Mantova e mi piaceva andare in giro tastando i
muri con le mani, allungando un piede adagio per sentire
se c'era un gradino quando sapevo che doveva esserci un
marciapiede.
Ma le strade di Mantova a quei tempi non avevano quasi
mai marciapiedi. Erano strade antiche, acciottolate, passavano
tra case vecchie, vecchissime, spesso con fondamenta
medievali, strade sicure perch le automobili che
circolavano erano pochissime e si sentivano strombazzare
di lontano. Pi numerose le biciclette, anche quelle scampanellanti
e con il fanale acceso. Era bello quando prima
nel buio sentivi lo scampanellio che ti veniva incontro, e
tu ti addossavi al muro, e poi vedevi il fanalino forare la
nebbia, una piccolissima luce che pareva lontana, e invece
era li, a pochi passi da te, e poi vedevi un'ombra con
una mantellina svolazzante, e ti chiedevi chi era...
Venturini forse? Ma l'ombra scompariva nella nebbia inseguita
dal catarifrangente rosso, che non dava luce, perch non
c'era luce da rifrangere.
Addio Mantova, opulenta anche in tempo di guerra,
dove le salsicce, anzi le salamelle, si potevano comprare
senza tessera, senza punti, dove burro e latte non mancavano
mai, e il pane bianco era condito con lo strutto, e dopo
qualche giorno, tenuto umido dal clima della citt, acquistava
un sapore particolare, lievemente acidulo perch
era fatto col lievito naturale, il crescente, e diventava
ancora pi buono. Addio ciccioli bollenti nel grasso fumante,
fuso per ricavare lo strutto, nella festa sacrificale
del pi generoso amico dell'uomo, quando anche noi andavamo
dai parenti in campagna per aiutare a mangiare
le parti deperibili del maiale: il fegato che, tagliato a
pezzi, veniva avvolto nella rete dell'omento, insaporito
con buccia d'arancia e arrostito; il rene, il cuore e i ciccioli
bollenti saltellanti in padella come diavoletti, che poi si
cospargevano di sale e pepe e si mangiavano con le mani
scottandosi e ridendo.
Addio libert di giochi nel Famedio di Leon Battista
Alberti, allora aperto alle nostre corse sui pattini, dove andavamo
a giocare a nascondino tra le colonne di marmo
che commemoravano i caduti della Prima guerra mondiale.
Addio bottega di meccanico ciclista, dove una ragazzina
gettava timide occhiate tutte le volte che ci passava davanti,
addio viale della Rimembranza, dove la stessa ragazzina
aspettava seduta sul marciapiede il suo moroso,
addio villa di Tazio Nuvolari. Chiss se c' ancora oggi?
La bottega del meccanico ciclista non c' pi: sono andata
a cercarla qualche anno fa, ma non l'ho trovata. Certamente
il proprietario  morto e il figlio, il ragazzino dagli
occhi azzurri, forse fa l'avvocato o il medico... Sono passati
tanti anni!
E i nomi dei mantovani! Valmiro, Alceste, Coriolano,
un solo Giuseppe tra gli zii di mia mamma. Ma soprattutto
l'Ambonea: non ricordo chi fosse, ma non potr mai dimenticare
il nome. Da quale stravagante opera lirica veniva?
Tanto si imponeva il nome della moglie che nessuno
ricordava quello del marito, che pure c'era, ma tutti lo
chiamavano 'l mar d'l'Ambonea.
Il treno si mosse e lentamente usc di stazione. A poco
a poco emersero dalla nebbia i filari di pioppi dorati nel
primo sole del mattino, i campi di grano gi verde, che tra
non molto sarebbe stato sepolto dalla neve alta e soffice,
propria dei luoghi dove nevica spesso ma gela raramente.
Mi voltai a dare un'ultima occhiata alla mole di Palazzo
Gonzaga, che sovrastava la bassa nebbia cittadina... Mantova,
addio.
Girai la testa a guardare avanti. Non sapevo, allora,
che li finiva la mia infanzia, quella vera, dei giochi, della
strada, della felice irresponsabilit. Avevo nove anni e mio
padre mi aveva iscritta alla quinta elementare in una scuola
di Torino, la pi vicina a casa, e io ero gi presa dalla
nuova vita che mi aspettava, il nuovo appartamento, le
strade di Torino che non avevo mai conosciuto veramente.
Mi sorpresi anche a immaginare la nuova scuola, la Duca
d'Aosta, io che avevo gi dimenticato quella frequentata
a Mantova fino al giorno prima, come se non ci fossi
andata mai.  vero. Di Mantova ho tanti ricordi, luoghi,
persone, fatti. Ma non un solo ricordo della scuola, il nome
della maestra, delle compagne di classe. Niente. Per me
a Mantova la scuola non era esistita.
- Mamma, come si chiamava la mia scuola di Mantova?
Mi guard stupita:
- Come? L'hai gi dimenticato? - E mi disse un nome.
Ma l'ho dimenticato subito.

 Capitolo 9.
La valigia di salami.

A Torino nel '43 la vita non era n facile n sicura. Ricordo
con quanta apprensione mia madre guardava l'orologio
se mio padre tardava, la sera, trattenuto in ufficio da
qualche imprevisto. Non c'era telefono in casa, allora, e
un ritardo dava adito alle ipotesi pi nere: un'irruzione di
tedeschi nella banca in cui lavorava mio padre, una sparatoria
per strada, una retata tra i passanti a scopo di rappresaglia.
Guardavamo i piatti sulla tavola apparecchiata,
e nessuno osava fare domande. Alla fioca luce del lume a
petrolio ci sbirciavamo tra di noi, in silenzio. Poi finalmente
udivamo la chiave girare nella serratura, e mio padre
appariva sulla porta di cucina.
Una volta il ritardo fu pi lungo del solito, e mia madre,
che pure non era apprensiva, non riusciva a dominarsi.
Dava la pappa al fratellino Paolo sul seggiolone, e la mano
le tremava al punto che non riusciva quasi mai a trovare
la bocca spalancata del bambino. Ma nessuno diceva
niente. Solo mia nonna mormorava preghiere sottovoce,
cosa per lei inusuale.
Era vero che i tram non funzionavano perch nella notte
era nevicato, e il poco traffico abituale era paralizzato
da mezzo metro di neve. E continuava a nevicare. Quindi
mio padre doveva tornare a casa a piedi. Ma, calcolata
l'ora in pi del tragitto a piedi dal centro a casa nostra, la
tensione nervosa cominciava ad aumentare. Un'ora e mezza.
Un'ora e tre quarti... Vedevo la mamma mettere il fratellino
nella culla con mani tremanti. Lui per fortuna dormiva.
Abbassammo la fiammella nella lucerna per non consumare
il petrolio. L'angoscia si fece pi greve. Ognuno
di noi si tormentava in silenzio con ipotesi disastrose.
A un tratto udimmo la voce di mio padre che chiamava
dalle scale. Ed era una voce allegra.
- Ehi, ragazzi, venite ad aiutarmi!
Ci precipitammo gi per le scale, io e mio fratello, e
trovammo nostro padre seduto sui gradini del pianterreno.
Era tutto coperto di neve, ma la cosa che pi ci colp
fu che portava un grosso fagotto legato sulle spalle come
fosse uno zaino, avvolto in tela cerata, e rideva, rideva senza
avere il fiato per parlare. Ci indic quello zaino perch
lo liberassimo, e mio fratello lo port in casa. Pesava moltissimo.
Io aiutai mio padre a salire le scale. Appena entrato
in cucina, cos bagnato com'era si lasci cadere su
una sedia, e indicando lo zaino, che si rivel essere una
scatola di cartone, disse:
- Guardate, guardate! E tutto per voi!
Noi aprimmo la scatola con dita tremanti e alla luce del
lume a petrolio vedemmo rotoli di salsicce, salami grandi
come un braccio, interi pezzi di lardo. Persino mia madre
non tratteneva il suo entusiasmo. Tutti urlavamo di gioia
alla scoperta di un cotechino o di un capocollo che la scatola
magica metteva alla luce. Anche il fratellino dormiente
si svegli al gran baccano che facevamo e, dopo averci
guardati perplesso per qualche secondo, prese parte alla
festa con gridolini e squittii.
Era un periodo di grande fame, soprattutto in citt, dove
i generi alimentari venivano regolarmente requisiti dai
tedeschi e quel che rimaneva era venduto alla borsa nera
a prezzi proibitivi. Con la tessera ormai si comprava pane
e riso soltanto, e anche il pane era fatto con farina di riso,
mangiabile, anzi buono finch era ancora caldo, appena
cotto. Poi diventava duro come il cemento, perch non lievitava,
forse, o per qualche altra misteriosa ragione, e i
fornai non si prendevano neanche la briga di dargli forma
di pane, lo infornavano tagliato a rettangoli, e tale lo mangiavamo.
Quanto alla carne, era sparita dalla nostra tavola,
se non in forma di sanguinaccio, che mia nonna friggeva
con le cipolle facendolo diventare buono, anzi buonissimo.
Quei venti chili di maiale, accuratamente dosati e sottratti
alla nostra fame sregolata, ci aiutarono a superare
l'inverno. Ma che cosa era successo? Di dove veniva tutta
quella grazia di Dio?
Era accaduto che l'istituto di Credito dove lavorava
mio padre aveva provveduto ad acquistare una certa quantit
di salumi da distribuire a prezzo di tessera ai suoi dipendenti;
dieci chili per ogni famiglia. E mio padre era riuscito
ad avere anche la parte di un collega scapolo che non
era interessato a quel bendidio.
- Capisci, - spiegava a mia madre, mentre io e mio fratello
gli toglievamo le scarpe fradice e gli infilavamo le
pantofole calde di stufa, - mi sono dovuto fermare pi
volte al riparo di un balcone, perch venti chili sono proprio
tanti.
Noi eravamo tutti compresi di quell'eroica fatica, anche
perch conoscevamo nostro padre come persona poco
sportiva, che il solo camminare nella neve metteva in
crisi.
- S, pi volte ho dovuto fermarmi a riprendere fiato,
e anche per pulirmi gli occhiali che continuavano a riempirsi
di neve.
- Ma perch hai portato a casa tutto in una volta? -
chiedeva mia madre, - perch non ne hai lasciato met in
banca, in qualche posto sicuro? Non c' una cassaforte dove
mettete gli ultimi versamenti della giornata?
- Certo che c'. Ma  sicura solo per i quattrini, perch
sono tutti elencati sulle nostre distinte di deposito.
Per i salumi non c' alcun sistema di sicurezza. Non si pu
fare una distinta di salami e cotechini chiusi in cassaforte
Convenimmo tutti che mio padre aveva ragione.
Intanto mia nonna aveva messo a cuocere sulla stufa
una polenta: segno evidente che si sarebbe mangiato qualcosa
di quel mucchio di maiale che stava sulla tavola, e che
io e mio fratello andavamo accarezzando con trepide mani,
mentre ci interrogavamo con lo sguardo. Una salsiccia?
espresse con fare eloquente mio fratello premendo
un dito sul molle salume e provocandogli un lieve affossamento.
- Gi le mani, voi due! - esclam mia mamma. Evidentemente
erano gi state prese decisioni nelle alte sfere:
infatti mia nonna tagli con un coltellaccio da cucina
una grossa fetta di lardo e cominci a batterlo su uno spesso
tagliere per ridurlo in poltiglia. Poi aggiunse due spicchi
d'aglio e li sminuzz insieme al lardo, s che ne venne
fuori una profumata crema da spalmare sulla polenta. Intanto
mio fratello Roberto era stato cooptato a dare gli ultimi
colpi di mestolo, i pi faticosi, perch la polenta si
stava solidificando.
Quella sera avemmo a cena una bella fetta di polenta
calda con lardo battuto a volont. Con mio grande stupore
anche il fratellino Paolo, che peraltro aveva gi mangiato
la sua pappa di latte, partecip al banchetto.
- Come? Anche lui? - chiesi col tono di chi vede assottigliarsi
la sua parte di godimento.
- Certo, - rispose mia mamma, - ormai ha quasi due
anni -. E infatti tutte le sere lo si vide attendere con impazienza
la sua fetta di salame o la sua parte di salsiccia,
dopo che si era debitamente rimpinzato di pane e latte. Fu
in quei giorni che il fratellino Paolo coni una sua frase
che sarebbe divenuta celebre nella storia della famiglia: E
domani che cosa mangio? Alludeva, credo, a quell'insolito
dessert.

 Capitolo 10.
Disagi scolastici.

Non so perch, ma in quegli anni di magra spar anche
la marmellata, mentre la frutta marciva sugli alberi. Scoprii
poi che ci era dovuto alla scarsit di zucchero, anch'esso
rigorosamente razionato. Ecco allora che per merenda
ci venivano rifilate fette di pane di riso, con sopra
composta di mele cotte, che avevano l'unica virt di scaldarci
le mani mentre facevamo i compiti.
Studiavamo infatti in una stanza non riscaldata, con
fiori di ghiaccio ai vetri. Roberto su quei fiori di ghiaccio
incideva con l'unghia la data del giorno, che durante la
notte il gelo cancellava, fornendo cos alla famiglia un calendario
sempre aggiornato. Io invece disegnavo fiori finch
il dito non cominciava a dolermi.
L'unica stanza scaldata dalla cucina economica, una
stufa a legna su cui si poteva cucinare togliendo dei cerchi
di ferro con il rampino e collocando le pentole a contatto
con il fuoco, era la cucina. Ma era diventata il regno del
fratellino, che crescendo si era fatto molto rumoroso e turbolento.
Noi perci dovevamo studiare e fare i compiti al
freddo. Io scrivevo con i guanti di lana. Mio fratello, stoicamente,
a mani nude.
Una ditta di Alba cre in quegli anni una specie di cioccolata
senza cacao, fatta con nocciole tostate. Tutti i bambini
delle Langhe nelle ore libere andavano a raccogliere
nocciole e le portavano a quell'industria dolciaria, che ne
fece l'alimento base per le nostre merende. Si chiamava
Crema Gianduia, ed era fatta apposta per essere spalmata
sul pane. Mio fratello diceva che sapeva di cioccolata,
di cui serbava un vago ricordo avendola mangiata quando
ancora si trovava in vendita. Io, essendo pi piccola,
non avevo fatto in tempo a conoscere la cioccolata, e devo
confessare che quella Crema Gianduia non mi piaceva
per niente. Potevo cos rinunciare senza rimpianti alla mia
merenda in favore di Roberto, che in cambio di tanta generosit
qualche volta mi faceva i compiti. Soprattutto i
disegni a mano libera, nei quali la mia mano sbandava un
po' troppo liberamente. Ricordo una scodella, di quelle
senza manico, tutta una curva, senza un punto di arrivo n
di partenza, che immancabilmente mi veniva tutta storta,
schiacciata come un catino di stagno e macchiata dalle lacrime
che mi cadevano copiose sul foglio da disegno. Quella
volta fu mia mamma, preoccupata, credo, dallo sciupio
di carta che stavo facendo pi che dalla mia disperazione,
a intercedere presso mio fratello, che quel giorno, sia detto
a sua attenuante, non voleva disegnarmi la scodella perch
aveva molti compiti da fare per conto suo.
Erano tempi in cui, non esistendo ancora le penne a
sfera, si scriveva con i pennini intinti nell'inchiostro. La
punta del pennino, premuta sul foglio, essendo divisa in
due si allargava e lasciava la traccia di inchiostro sulla carta.
Ma, fosse che io premevo troppo, fosse che la carta dei
quaderni durante la guerra era eccessivamente pelosa e assorbente,
io non riuscivo a scrivere una riga senza fare
macchie, perch il mio pennino, malignamente, tirava su
peli dalla carta e se li trascinava dietro per tutta la riga.
Scrivere era una tale fatica che imparai a dire quello che
volevo con il minor numero di parole possibile. Forse  per
questo che i miei libri ora sono cos brevi.

 Capitolo 11.
Avventura in citt.

Si usciva poco a Torino in quegli ultimi tempi di guerra,
perch c'era poco di bello da vedere: case distrutte e macerie
dovunque. Io non ero mai stata al Valentino, perch
abitavamo al capo opposto della citt. Perci un giorno la
mamma mi ci volle condurre. Era primavera e, strano a dirsi,
la primavera era bella anche con la guerra. Quello poi
sarebbe stato l'ultimo anno: in aprile la mia citt avrebbe
vissuto le giornate epiche della liberazione ad opera dei partigiani.
Sebbene fossimo solo alla fine di marzo si sentiva
gi nell'aria l'odore della libert: forse perch le incursioni
aeree erano diventate pi rare, le pattuglie tedesche pi
guardinghe, e qualche partigiano si vedeva circolare in citt,
e nascondersi di portone in portone. C'era veramente qualcosa
di nuovo nell'aria...
Mi vestii con l'abito pi bello che il mio misero guardaroba
offriva, per andare al Valentino con la mia mamma,
io sola, senza nessun fratello. Prendemmo il tram numero
sei, che dal nostro quartiere di Pozzo Strada portava
in centro; scendemmo al fondo di via Lagrange. Ci
avviammo a piedi per corso Vittorio Emanuele in direzione
del Po. Ero molto felice di vedere finalmente il parco
pi bello di Torino, di cui avevo tanto sentito parlare,
e mi canticchiavo tra me, quasi in silenzio, perch sapevo
di essere stonata, l'aria di una canzone di due innamorati
che si incontravano al Valentino.
Ero tutta immersa nella romantica atmosfera della canzone,
quando improvvisamente mia madre con uno strattone
mi trascin in mezzo alla strada, e contemporaneamente
mi gir la testa con una mano, in modo che non potessi
vedere il marciapiede. Tuttavia, appena la mano della
mamma mi lasci libera la testa, mi voltai a guardare,
e vidi un uomo, anzi un ragazzo, disteso a braccia aperte
per terra.
- Dorme? - chiesi alla mamma, - ma perch
dorme cos sul marciapiede?
Mia madre non rispose. Mi parve di vedere che attorno
a quel corpo si andasse allargando una macchia scura.
- Mamma, che cosa c'era scritto su quel cartello appeso
al collo?
- Non ho fatto in tempo a leggere, - rispose.
Continuammo la nostra passeggiata fino al Valentino,
in silenzio. Io guardavo le siepi di biancospino che si preparavano
a fiorire, i germogli degli alberi pronti a schiudersi,
ma non provavo gioia. Piuttosto, senza sapere perch,
una tenera piet. Al ritorno chiesi alla mamma se potevamo
fare la medesima strada per vedere se quel ragazzo
si era svegliato. Mi rispose che di sicuro non si era svegliato,
perch era morto. Era stato ucciso. E sul foglio che
avevo visto c'era scritto bandito. Alzai stupita lo sguardo
al viso di mia madre per farle altre domande, per chiederle
perch... ma vidi che era bagnato di lacrime. Mia madre
piangeva. Era la prima volta che vedevo mia madre
piangere. Forse l'unica volta in tutta la mia vita.
Avrei capito pi tardi tutto l'assurdo orrore di quella
guerra, che per me era stata solo allarmi notturni, bombardamenti
e macerie, fame, freddo, mancanza di vestiti
per cui ero sempre malamente infagottata in abiti ricavati
da quelli smessi di mio fratello, gonne fatte coi suoi calzoni,
perch mai allora le donne, e neppure le bambine,
avrebbero osato andare in giro in pantaloni. Quelle erano
le cose che sapevo, per averle vissute. Sapevo dei morti in
guerra, perch avevo imparato che in tutte le guerre ci sono
dei morti. Sapevo vagamente anche della lotta partigiana,
per averne sentito parlare sottovoce in casa, di fucilazioni
per rappresaglia e incendi di villaggi per vendetta:
gli ultimi sussulti di un esercito in disfatta, di un potere
distrutto.
Il ragazzo che avevo visto sul marciapiede in corso Vittorio
Emanuele era un partigiano fucilato da tedeschi o fascisti,
e il cartello al collo diceva la condanna, il suo delitto.
Ed era stato lasciato li come monito ai passanti, e spregio
del suo essere umano.
Ma l'aspetto pi ignobile di quella guerra l'avrei appreso
dai libri di Primo Levi, l'assurda disumanizzazione
di un popolo, il genocidio, e l'orrore di sapere che questo
era accaduto vicino a noi, nella nostra civilt. Oggi rifletto
con amarezza che simili cose accadono ancora, forse
in altre parti del mondo. Lontano da noi? No, non 
sempre vero. Inoltre ormai il mondo si  ristretto, un lontano
non esiste pi, e dovunque avvengano simili ignobili
delitti siamo presenti anche noi, tutti, e la colpa ricade
su di noi, tutti.

 Capitolo 12.
Il mio Venticinque Aprile.

Lo avrei visto, quell'esercito possente che riteneva di
poter schiacciare i nemici come pidocchi, lo avrei visto pochi
giorni dopo, con carri armati e cannoni puntati contro
una folla che non c'era, con autoblindo cariche di elmetti
bruni e mitra puntati contro la medesima folla che
non c'era. Passava in perfetto schieramento di guerra nella
parte centrale del viale, corso Francia, diretto a ovest,
verso i valichi della Val di Susa, che si sarebbero rivelati
chiusi al suo passaggio. L quell'esercito ancora possente
avrebbe fatto dietrofront e si sarebbe scatenato in vane
rappresaglie contro inermi paesi, incendiandoli e fucilandone
gli abitanti, prima di arrendersi ai partigiani che lo
inseguivano.
Gi allora, quando la lunga teoria dei mezzi pesanti tedeschi
- ancora temibile, in pieno assetto di guerra - passava
nel centro del viale, nei controviali e dietro le siepi
di ibisco appena fiorite stavano acquattate le staffette partigiane,
armate di vecchi moschetti o di pistole, una catena
umana che mandava informazioni al suo comando attraverso
segnali silenziosi.
Noi bambini assistevamo all'avvenimento dal nostro
balconcino che si affacciava su corso Francia, accucciati
dietro i pilastrini di cemento del parapetto, in silenzio e
col cuore in tumulto. Quando la fila degli automezzi tedeschi
fin, seguita da motocarrozzette di retroguardia,
con un guidatore e un militare che teneva il mitra spianato
sul solito pubblico inesistente, dopo una breve pausa di
silenzio emozionato e sospeso la strada si riemp di gente
che urlava e ballava, cantando di gioia, mentre da balconi
e finestre spuntavano le teste di quelli che stavano nascosti,
anche le nostre, e fu tutta una festa perch i tedeschi
se ne erano andati.
I partigiani che erano nascosti dietro le siepi di ibisco
e nei portoni corsero in mezzo alla strada gridando:
- Largo! Largo! Lasciate passare!
E gi si sentiva uno sferragliare lontano che si avvicinava,
ma uno sferragliare diverso, non compatto e militaresco
come quello precedente, bens scomposto e quasi
zoppicante, mentre si udiva un gridare indistinto di molte
voci. Voci che cantavano. Giungevano a tratti le note
di Bella ciao alternate a quelle di Bandiera rossa. Ed ecco
apparire in fondo alla strada vecchi camion traballanti, carichi
di uomini che agitavano i fucili in segno di gioia e
sventolavano bandiere, tricolori e rosse. Le rosse prevalevano.
La folla assiepata ai bordi della strada salutava festosa,
qualcuno cercava di saltare su uno di quei camion,
ma doveva desistere perch non c'era posto. Qualcun altro
si accontentava di abbracciare un partigiano che si
spenzolava fuori dal cassone, un parente, un amico, uno
qualunque.
Sui balconi erano fiorite tante bandiere tricolori e rosse.
Quelle tricolori avevano una parte opaca al centro della
striscia bianca, uno spessore strano che si vedeva in trasparenza
nella luce di quel mattino tutto di sole. Io mi chiedevo
che cosa fosse; lo capii quando vidi mia nonna che
cuciva in gran fretta uno strofinaccio da ogni parte della
bandiera per coprire lo stemma dei Savoia.

 Capitolo 13.
Il portapacchi.

La guerra era finita. La vita ritornava piano piano alla
normalit: niente pi incursioni aeree, niente pi morti
ammazzati lasciati come monito sul marciapiede. La gente
ricominciava a girare per la citt, e inoltre aveva voglia
di viaggiare. Ma non tutti avevano la pazienza di aspettare
che si ricostruissero i tratti di ferrovia distrutti e i
ponti fatti saltare. Tra i pi impazienti c'era mio fratello
Roberto.
- Voglio rivedere il mare, - aveva detto una sera a cena.
- Aspetta che sia ricostruita la linea per Ventimiglia, e
poi andrai a Porto Maurizio, dalla zia, - aveva risposto
mio padre.
- Ci vado in bicicletta, - aveva ribattuto mio fratello.
Lo guardammo tutti allibiti. Era vero che nostro padre
aveva comperato una bicicletta usata per mio fratello, perch
nelle vacanze facesse qualche gitarella nei paesi vicini.
Allora non viaggiavano automobili e le strade, o quel che
ne rimaneva, erano tranquille. Unico pericolo le buche delle
bombe, i tratti disselciati, i ponti crollati. Ma con un po'
di attenzione si potevano evitare, e mio fratello era prudente.
Bench avesse solo tredici anni, era molto assennato.
E testardo.
A nulla valsero le obiezioni avanzate dai miei genitori.
Part in bicicletta per Porto Maurizio. Ma prima della partenza
ci furono giorni e giorni di preparativi. Lo vedevo
trafficare sul balcone di cucina attorno alla sua bicicletta,
ungerne la catena, aggiustare il campanello che non suonava,
applicare il catarifrangente che non c'era. Infatti
quella bicicletta era stata prevista soltanto per brevi gite
diurne.
Finiti tutti quei lavori, mio fratello port sul balcone
la valigetta degli arnesi di mio padre e si mise a lavorare a
certi listelli di legno che provenivano da una cassetta della
frutta. Segava, raspava, inchiodava. Io guardavo, e non
riuscivo a capire che cosa facesse.
Un giorno, fingendo di giocherellare con le sue raspe,
non potei resistere alla curiosit e buttai fuori la fatidica
domanda:
- Che cosa fai?
- Non te lo posso dire, - fu la risposta. - E stai attenta
a non far cadere in cortile le raspe, che si rompono. Passami
la coda di topo.
- La coda di topo? Che cos'?
- Quella raspa l, sottile, quella con cui stai giocando -.
Era una raspa lunga e sottilissima, a sezione rotonda, che
finiva a punta. Mio fratello la inser in uno dei buchi fatti
col succhiello in una base di legno e, girando con cautela la
coda di topo, lo allarg. Ogni tanto provava a infilarci dentro
un cilindretto di legno, poi allargava il buco, finch riusciva
a farlo entrare. Ripet quell'operazione pi volte, e
alla sera, quando smise il lavoro, sull'assicella erano piantati
tanti cilindretti di legno.
- Che cos'? Una gabbia per canarini?
- No, - rispose con un certo risentimento, - un portapacchi
per la bicicletta.
Quando fu finito, poteva anche essere un portapacchi,
io non ne avevo mai visti.  pur vero che mi sembrava
troppo elegante con tutti quei cilindretti verticali, sui qualiposava una copertura di legno compensato uguale al fondo.
Roberto ci aveva applicato pure una chiusura, un cappio
di fettuccia che si infilava su un pomolo. Il pomolo non
l'aveva fatto lui, anzi mi parve di riconoscere l'ornamento
di una vecchia scatola di legno della nonna.
Quando mio fratello part dopo mille raccomandazioni
dei genitori, armato di carte geografiche, col suo portapacchi
dietro al sellino, eravamo tutti sul balcone a sventolare
fazzoletti. E vi rimanemmo finch Roberto, pedalando
gagliardamente, scomparve alla nostra vista.
Dopo un paio d'ore sentimmo suonare il campanello:
era lui, col suo portapacchi in mano che sembrava una frittata
di legno. Disse che l'acciottolato di Moncalieri con i
continui sobbalzi impressi alla bicicletta gli aveva rotto il
portapacchi. Infatti i cilindretti di legno erano tutti spezzati.
Ripart la mattina dopo con una scatola da scarpe legata
dietro al sellino. E arriv a Porto Maurizio sano e
salvo.
E ritorn anche sano e salvo.

 Capitolo 14.
La parmigiana di melanzane.

Bench la guerra fosse finita gi da qualche tempo, certi
prodotti alimentari non volevano ricomparire sul mercato,
o ricomparivano a prezzi inaccessibili. Tuttavia, faticosamente
ci si avviava alla normalit.
Fu in quel periodo di ristrettezze e speranze di vicina
prosperit che i miei genitori decisero di andare a fare una
scampagnata al Valentino con una famiglia di amici che
avevano dei ragazzi della nostra et. Ogni famiglia avrebbe
contribuito con un piatto a sorpresa.
Mia mamma e mia nonna decisero di fare la parmigiana
di melanzane. Fu una decisione solenne. Mio padre partecip
in qualit di sponsor, essendo per le nostre possibilit,
allora, un'impresa importante. Parmigiano, prosciutto, uova,
mozzarella, senza contare le melanzane che, per quella
stagione, erano una primizia e costavano care. L'impegno
finanziario apparve subito enorme. Tuttavia fu deciso che
si sarebbe fatta la parmigiana, anche per strabiliare gli altri.
Le due cuoche si misero al lavoro il giorno prima della
scampagnata. La nonna assunse il ruolo di chef. Mio fratello
Roberto ebbe l'incarico di portare a spasso il fratellino
perch non turbasse i lavori. Io, in ginocchio su una
sedia, studiavo la situazione.
- Gi che stai a guardare, sbatti le uova, - ordin mia
madre. E io mi sentii onorata dell'incombenza. In quelle
uova vennero immerse una a una le tonde fette di melanzana,
che poi, passate nel pangrattato, mia nonna friggeva
in padella nell'olio bollente.
Ammiravo compiaciuta la collinetta di fette dorate, fritte
alla perfezione, quando mi accorsi che stava arrivando
la grattugia con un enorme pezzo di parmigiano. Siccome
non mi  mai piaciuto grattugiare il formaggio, silenziosamente
scivolai gi dalla seggiola e mi avviai verso la porta
come richiamata da incombenze pi urgenti.
- Laura! Dove te ne vai? - Era la voce di mia mamma,
e il tono era perentorio. - C' da grattugiare il parmigiano.
Lo sapevo, - dissi tra me, - e sar pure molto. Senza
replicare rimontai sulla seggiola e cominciai a grattugiare.
- Pu bastare? - chiedevo ogni tanto.
- Ancora, ancora, - rispondeva invariabilmente la mamma,
e da un certo sorriso sornione ebbi il sospetto che mi
avrebbe fatto grattugiare il formaggio per tutta la settimana.
Sempre grattugiando mi ripagavo con la vista di quanto
si veniva componendo sotto i miei occhi: uno strato di
melanzane fritte, mozzarella, prosciutto e sugo di pomodoro;
un altro strato di melanzane, mozzarella, prosciutto
e pomodoro, con l'aggiunta questa volta di una generosa
nevicata di parmigiano, e cos via fin che la teglia fu
piena fino all'orlo. Allora fu irrorata con le uova sbattute,
che penetrarono negli interstizi riempiendo gli spazi vuoti,
e infine completata con le ultime fette di melanzana che
formavano una dolce collinetta oltre il bordo della teglia,
coperte con il resto del sugo di pomodoro e un abbondante
strato di parmigiano.
Poi si pass alla cottura, e dal forno emanarono effluvi
misti di formaggio e pomodoro, il profumo inconfondibile
della parmigiana di melanzane fatta come Dio comanda.
Io vegliavo davanti al forno come una vestale davanti
al sacro braciere. O come una gatta che non sa fare
le fusa, altrimenti le avrebbe fatte.
L'indomani con i nostri amici prendemmo il tram numero
sei e andammo al Valentino, la meta della nostra scampagnata.
Pochissimi allora potevano permettersi un'automobile,
ed erano guardati con sospetto e chiamati pescecani.
Io ero molto fiera che avessero affidato a me la teglia
con la parmigiana, posta al centro di un grande tovagliolo
quadrettato e annodato per le quattro cocche. Il tram, data
l'ora e la giornata festiva, era quasi vuoto e potei sedermi
con la mia teglia sulle ginocchia, custodendola con
religiosa cura. Fu cos che la parmigiana arriv felicemente
al Valentino, dove molte famiglie facevano la loro scampagnata
raggruppate intorno alle panchine. Anche noi ce
ne scegliemmo una, e vi posammo sopra tutte le provviste.
Anche la parmigiana.
Mangiavamo chiacchierando i panini imbottiti di burro
e acciughe che avevano portato gli altri, tutti spensierati
e ignari del delitto che si stava perpetrando ai nostri
danni. Silenziosamente, ma inesorabilmente, un esercito
di formiche marciava compatto all'assalto della parmigiana.
Quando mio padre sciolse le cocche del tovagliolo, diede
un urlo. Ci precipitammo tutti intorno alla panchina e
dovemmo assistere allo spettacolo straziante della teglia
aggredita da pi parti dalle formiche. Alcune erano gi
morte annegate nel sugo, altre sgambettavano penosamente
nel vano tentativo di venirne fuori, altre ancora
marciavano su per i bordi esterni della teglia con istinto
suicida.
Scoprii allora che le formiche erano, e sarebbero state
sempre, le mie peggiori nemiche, e che avrei dovuto combatterle
per tutta la vita.
Non dissi niente, non mi unii al coro di deprecazione
degli altri: curva sulla teglia afferrai e stritolai tra le dita
le formiche in marcia su per i bordi, calpestai la fila per
terra con trattenuto furore, e mormorando Ben vi sta, ve
lo siete voluto tirai via morti e moribondi sgambettanti,
senza provare alcuna piet. Quando ebbi finito, la mamma
esamin accuratamente la superficie rugosa della parmigiana
in tutti i suoi avvallamenti e, riscontrata l'assoluta
assenza sia di cadaveri sia di nemici morenti, disse:
- Bel lavoro, Lauretta. Per me, si pu mangiare.
Trasse dal cestino piatti e forchette di latta - allora la
plastica non era ancora stata inventata - e tutti ebbero
la loro fetta di parmigiana. Se qualcuno, un po' schizzinoso,
aveva delle perplessit, se le fece passare annusando
quel profumo e pensando che sarebbe trascorso molto
tempo prima che si ripresentasse una tale occasione.
 
Capitolo 15.
Via Cernaia e il Conte di Cavour.

La Cernaia, che certamente non deve scriversi cos, anche
se questa  la grafia di una delle principali vie torinesi,
 un oscuro fiumiciattolo della Russia che forse nemmeno
tutti i russi conoscono, ma che fu teatro nel 1855 di
una battaglia della guerra franco-inglese contro i russi, alla
quale parteciparono anche i piemontesi come alleati di
Napoleone III, guidati in quell'occasione dal generale La
Marmora: altro nome che  presente nella toponomastica
cittadina. La partecipazione di milizie dei Savoia a quella
guerra, in cui i nostri poveri soldati riportarono una brillante
vittoria su altri poveri soldati, senza sapere per che
cosa combattevano, in una terra che nessuno aveva idea
di dove si trovava, e contro uomini che non conoscevano
nemmeno, fu una delle pensate pi brillanti del Conte di
Cavour, il quale volle a tutti i costi mettere il naso in una
delle tante guerre provocate dallo sfascio dell'impero ottomano,
per poter sedere al tavolo dei vincitori quando si
sarebbe trattata la pace. Non mi risulta che a noi venisse
alcun vantaggio, se non la promessa di Napoleone III di
appoggiare l'esercito sabaudo nella successiva guerra contro
gli austriaci. Promessa che fu mantenuta con le limitazioni
che la storia ricorda.
Noi studenti, quando imparammo dai nostri libri questa
vicenda, pi che infiammarci di sacro fuoco per il Conte,
ci commovemmo tutti per la leggenda dell'infelice contessa
di Castiglione, strappata alle braccia del suo amante
Costantino Nigra, ministro di Vittorio Emanuele, per finire
tra quelle dell'imperatore dei francesi, come omaggio
del Conte di Cavour al potente sovrano, e pegno di alleanza
tra i due popoli. Durante le interrogazioni cercavamo
sempre di portare il discorso su quella incerta vicenda
d'amore per nascondere le nostre incertezze sulla
storia.
Dei tre anni di scuola media nel palazzone giallo intitolato
al Conte di Cavour non ho particolari ricordi: forse
la mia coscienza sonnecchiava ancora. Si svegli di colpo
nel biennio seguente, stimolata dalla migliore insegnante
che abbia mai avuto e alla quale erano affidate le materie
letterarie, le mie preferite. Sui versi di Leopardi passavamo,
io e la mia compagna Fulvia che era allora la mia unica
amica, tutto il nostro tempo libero, condividendo con
il poeta recanatese l'infelicit cosmica a cui la nostra adolescenza
non poteva sottrarsi. Ma cominci anche il tempo
delle grandi letture, fatte di notte sottraendo ore al sonno:
Tolstoj, Balzac, pi tardi Dostoevskij. Nei tre anni di
liceo scoprimmo la filosofia, io mi innamorai di Aristotele,
e durante le vacanze estive lessi tutta la Metafisica senza
capirne molto, ma senza saltare neppure una pagina: era
una questione d'onore.
Finito il liceo, superato l'esame di maturit, soffrii il
vuoto della diaspora di tutti i miei compagni, e mi consolai
traducendo durante l'estate l'Edipo re di Sofocle, che
mi appassion molto pi dell'Antigone che avevamo tradotto
durante l'anno scolastico.
Il liceo non era stato solo il tempo della mia iniziazione
alla lettura, ma anche dei grandi amori adolescenziali,
tremendi ed effimeri, vissuti drammaticamente per la mancanza
di esperienza, per quel terreno vergine su cui nascevano.
E si accompagnavano al sorgere in alcuni di noi
delle passioni politiche. Erano gli anni Cinquanta e, come
il mondo politico italiano, anche noi ragazzi eravamo divisi
in destra e sinistra, definendoci brutalmente a vicenda
fascisti e comunisti. Mezzi termini non ne esistevano.
I nostri compagni ogni tanto si picchiavano davanti alla
scuola, noi ragazze ci limitavamo a sostenere con incitamenti
vocali quelli della nostra parte e, alla fine della rissa,
a offrire ai nostri il pettinino perch si mettessero a posto
i capelli arruffati.
Come sono lontani quei tempi! Non perch sono passati
tanti anni, ma perch sono spenti gli entusiasmi. Ho
ritrovato, dopo un'assenza di decenni, la mia amica Fulvia,
che ora vive a Parigi. Le nostre passioni di adolescenti
ci fanno ora sorridere malinconicamente. Certo,  inutile
rimpiangerle, forse erano gi allora solo illusioni. Ma quanti
hanno condiviso quelle illusioni in un futuro pi onesto
e giusto, anche se andavano incontro ad amare delusioni,
credo sappiano guardare al presente con occhi equamente
critici, con la consapevolezza che i nostri entusiasmi giovanili
erano qualcosa di pi solido della soffice nebulosa
che si prospetta ai giovani di oggi, offerta dai moderni
mezzi di comunicazione e da un benessere solo materiale.
Che ne pensi, Fulvia? Purtroppo i nostri incontri sono cos
brevi che non ci lasciano il tempo di parlare di queste
cose, e il telefono non favorisce discorsi di tale genere.

 Capitolo 16.
Tesi di laurea.

Quando decisi di scrivere la mia tesi di laurea in letteratura
tedesca tutti si meravigliarono, intendo i miei di casa
e i pochi amici che avevo. Gli anni di studio alla facolt
di Lettere non mi avevano dato molto. Avevo chiesto la
tesi al professore di Letteratura italiana, che mi aveva assegnato
un lavoro su Giacomo Zanella, poeta di cui poco
sapevo e ancor meno desideravo conoscere. Forse avevo
commesso un peccato di superbia chiedendo di scrivere la
mia tesi su Giacomo Leopardi. Il professore mi aveva rivolto
uno sguardo gelido, e aveva detto:
- Non sarebbe meglio Giacomo Zanella?
Penso che l'idea maligna gli fosse venuta dall'identit
del nome. Ringraziai e uscii dal suo studio decisa a non rimetterci
mai pi piede. Dopo qualche mese mi incontr
nel corridoio e mi chiese:
- E Giacomo Zanella?
- Ho cambiato idea. Mi laureo in tedesco -. E gli voltai
le spalle.
Pochissimi frequentavano le lezioni di Letteratura tedesca
intorno alla met degli anni Cinquanta, forse per il
ricordo ancora troppo vicino dell'invasione nazista. Ma io
avevo comperato su una bancarella di libri usati una vecchia
edizione del Faust di Goethe in lingua originale, e avevo
cercato di leggerla con l'aiuto di una grammatica trovata
in casa, che in fondo aveva pure un minuscolo dizionario.
Non ne avevo capito molto, ma quanto bastava
perch mi innamorassi della letteratura tedesca, e decidessi
di frequentarne le lezioni. Dove gli studenti erano veramente
pochi, sei o sette al massimo.
- Quanti siete quest'anno! - esclam il professore vedendoci.
Era la prima lezione dell'anno accademico, e io
credevo che il tono fosse ironico, e intendesse sottolineare
l'esiguit del nostro numero. Ma il professore, un simpatico
vecchietto, continu stropicciandosi le mani: - Bene,
bene, vedo che andiamo aumentando. L'anno scorso
eravate tre -. E domand a tutti noi, uno alla volta, per
quale motivo volessimo studiare il tedesco. Non ricordo
che cosa risposero gli altri, ma io confessai candidamente
che volevo leggere il Faust nell'originale.
Non dimenticher mai lo sguardo di stupore che mi rivolse.
E come il suo stupore si accentu quando, avendomi
chiesto se conoscevo gi la lingua, risposi di no. Invece
di qualche sarcasmo sulla mia sfacciataggine, ricevetti
un sorriso benevolo e un incoraggiamento:
- Molto bene, - disse, -  una grossa scommessa, ma
se ce la mette tutta, pu farcela.
Mi divenne immediatamente simpatico, e lo era veramente
per tutti. Non aveva nulla della prosopopea cos frequente,
allora, tra i docenti universitari, e sorrideva ringraziando
quando, allo scadere dell'ora, il bidello in divisa
gallonata apriva la porta e, inchinandosi leggermente,
diceva:
- Finis, signor professore.
Mi sono laureata in tedesco, con un compagno di eccezione,
Claudio Magris. Ho scoperto la letteratura medievale,
ricchissima e talmente sconosciuta, allora, che i corsi
di tedesco cominciavano dal Settecento, ignorando tutto
quello che c'era stato prima. Non mi parve vero di trovare
nel Medioevo un campo vergine, tutto da esplorare, tutto
a mia disposizione, in cui pi tardi scelsi i testi da tradurre,
liberamente, seguendo le mie pulsioni d'amore. Con
due semestri all'Universit di Friburgo mi ero impadronita
del tedesco d'uso letterario tra Mille e Trecento, i secoli
della grande poesia lirica ed epica. Bellissimi romanzi in
versi; alcuni li tradussi, rigorosamente in versi, aprendomi
con essi le porte dell'insegnamento universitario. Peccato
che il vecchio professore con il quale mi ero laureata
fosse morto, senza poter godere dei progressi di quella sua
allieva ingenuamente presuntuosa.

 Capitolo 17.
Intermezzo.

Mi piaceva molto nuotare, adagio, senza turbare la superficie
del mare. Nuotavo a lungo, per ore, al mattino
presto, quando in acqua non c'era ancora nessuno e l'onda,
levigata dalla brezza notturna, conservava l'odore della
tramontana, profumo di terra e di collina. Affondavo il
viso nell'acqua trasparente, con gli occhi aperti, senza sussidi
artificiali, che non ho mai potuto sopportare, e guardavo
lo sciame di pesciolini che mi seguiva curioso. Fino
a un certo punto il fondo appariva nitido nella trasparenza
settembrina, prima sabbia disposta a piccole onde regolari,
poi scogli ricoperti di fitta vegetazione pelosa, che
si muoveva al mio passaggio. Infine rimanevano l'azzurro
intenso e lo sciame di pesciolini che mi seguiva insinuandosi
tra i miei piedi.
Quando sollevavo il viso per prendere fiato, il sole basso
sull'orizzonte mi feriva gli occhi pieni di acqua salsa. Li
liberavo con una mano e giravo lo sguardo attorno, verso
la spiaggia per misurare la distanza, verso la collina, che
dalla riva si innalza coperta di ulivi e vigne fino alla chiesetta
di Santa Giulia, tutta bianca e splendente nel sole,
al centro del Tigullio.
Tornavo a riva quando cominciavano a entrare in acqua
altre persone, che ne turbavano la limpidezza muovendo il
fondo coi piedi, il silenzio con inutili grida, la pace perfetta
dell'ora mattutina. Rientravo in quella casa che i miei genitori
avevano comprato a Cavi, e mi sedevo alla macchina
da scrivere su cui stavo ribattendo la mia tesi di laurea.

 Capitolo 18.
Sardegna, come un'infanzia.

Si conobbero nell'Aula Magna Eleonora d'Arborea
dell'Universit di Sassari, dove tutti e due avevano avuto
il loro primo incarico. L'anno accademico si inaugurava
con un Consiglio di facolt, e lei, che andava a Sassari
per la prima volta e non conosceva nessuno dei colleghi,
si guardava attorno incuriosita, studiando tutte quelle
facce nuove.
Non era mai stata in Sardegna. C'era andata in aereo
e, durante il volo, aveva studiato i suoi compagni di viaggio
perch sapeva che doveva esserci un altro di Torino,
ma non lo conosceva. Sar quello? O quell'altro? Cercava
di individuare una fisionomia da professore universitario,
ma quasi tutti i viaggiatori l'avevano. A quei tempi
chi viaggiava in aereo assumeva quasi sempre un atteggiamento
solenne, e vestiva in giacca e cravatta.
Il mattino dopo arriv all'Universit in anticipo: l'Aula
Magna era ancora deserta. Finalmente cominciarono a giungere
i colleghi. I primi si presentavano; poi a mano a mano
che la sala si riempiva le presentazioni divenivano pi rare.
Chi arrivava, in genere, trovava vecchi colleghi e amici da
salutare, alcuni si abbracciavano, si festeggiavano, l'atmosfera
si riscaldava.
A un certo punto, quando il Consiglio era gi iniziato
e la porta era stata chiusa, arriv uno dall'aria molto giovane,
sottolineata dall'abbigliamento che lo distingueva
chiassosamente dagli altri, tutti in giacca scura e cravatta.
Il nuovo arrivato portava un maglione celeste, blue jeans
pure celesti, ma di un tono pi sbiadito, e scarpe da ginnastica.
- Chi  quello? - chiese lei a un collega che le sedeva
accanto.
- Come? non lo conosce? - si meravigli l'interpellato.
-  l'altro di Torino.
Lei non l'aveva mai visto. Seppe poi che avevano frequentato
due facolt diverse. Niente di pi facile che non
si fossero mai incontrati.
Ecco un tipo, - pens lei, - con cui non vorrei mai
aver nulla da spartire. Guarda quella, - pens lui, - che
tipo di signorina! Ha persino le scarpe di vernice.
Era vero. Lei portava un elegante completo blu, giacca
e pantaloni, con un paio di scarpe di vernice rosse, comprate
apposta per l'occasione. L'abisso che distingueva i
loro abbigliamenti diceva subito che appartenevano a due
mondi diversi, lei molto per bene, lui trasgressivo. Si trovarono
immediatamente antipatici.
Ma due giorni dopo sedevano insieme su uno scoglio
nei pressi di Alghero, tra i resti di un improvvisato picnic,
sguazzando coi piedi nudi nell'acqua ancor tiepida di fine
ottobre. Lui si dava un sacco di arie, lasciando trasparire
le sue molteplici esperienze in frasi come:
- Vivo solo per vedere che cosa mi riserba ancora la
vita.
Lei lo guardava con profonda ammirazione, perch
non le era mai capitato di trovarsi a tu per tu con un uomo
che avesse cos intensamente vissuto. La sua vita passata
le pareva ora terribilmente banale, le sue esperienze
scontate; si sentiva,  il caso di dirlo, insopportabilmente
per bene. E lui, che si era accorto dell'effetto delle sue
parole, squadernava tutte le sue trasgressioni, vere e inventate,
agitando i piedi nudi nell'acqua tanto pi velocemente
quanto pi eccessive erano le cose che raccontava.
Lei, che non raccontava niente perch non aveva
proprio niente di eccezionale da raccontare, non agitava
i piedi e, tenendoli pressoch fermi, dopo un po' sent
freddo e disse:
- Ho freddo ai piedi, e il sole sta per tramontare. Andiamo
alla stazione?
Erano arrivati infatti col treno da Sassari, s'erano comperati
dei panini in un bar, una bottiglia di vino, il vermentino
di Gallura, e a piedi si erano avviati lungo la costa
finch avevano trovato uno scoglio abbastanza piatto
su cui stendere una improvvisata tovaglia di carta, e disporre
panini e bottiglia.
Quello fu il primo di una serie di picnic che fecero insieme
quando si recavano a Sassari, il che avveniva due
volte al mese. Quando erano a Torino si vedevano raramente,
in grandi compagnie di amici, vecchi e nuovi. Ma
lui tendeva a scomparire in un suo mondo misterioso, da
cui emergeva quando dovevano andare a Sassari.
Lei sentiva che aveva di fronte non un uomo, ma un intero
mondo diverso dal suo, opposto al suo. Era lo scontro
di due modi di pensare, di due esperienze lontanissime.
Lui era, o voleva essere, la trasgressione totale. Lei
era vissuta fino ad allora nell'ombra dei genitori, nella loro
casa, nella loro dimensione.
Se le dissero pi tardi tutte queste cose, quando la loro
amicizia si fu consolidata, quando divennero indispensabili
l'uno all'altro, e cominciarono a modificarsi l'uno
sul modello dell'altro. Fu una relazione difficile, piena di
futili litigi, per cose da nulla, come la coda delle quaglie:
lui sosteneva, in quella circostanza, che le quaglie nascono
senza coda, lei che gliela tagliano negli allevamenti, per
impedire che volino via.
La questione della coda delle quaglie non fu mai risolta.
Ma lei gett via le scarpe di vernice.

 Capitolo 19.
Picnic.

Quello di Alghero fu il primo di una lunga serie di picnic.
Sul traghetto della Tirrenia prevalentemente, che ogni
due settimane li portava in Sardegna. Prendevano una cabina
di prima classe a due soli posti, lei disponeva i panini
imbottiti sul piano ribaltabile che formava un minuscolo tavolino,
lui tirava fuori la bottiglia di vino e il cavatappi. Siccome
c'era una sola seggiola nella cabina, lui la cedeva cavallerescamente
a lei, e si sedeva sulla cuccetta inferiore.
Poi c'erano i picnic sulla spiaggia, nei tramonti d'estate,
quando i bagnanti se ne erano andati tutti a casa, a
mangiare banalmente sulle loro tavole da pranzo o al ristorante.
C'erano i picnic sotto gli abeti in montagna, malignamente
insidiati dalle formiche, tanto che dovettero
sostituirli con cenette sul terrazzo della casa di lei al margine
di un boschetto di betulle, aceri e, pi distanti, abeti.
L non potevano mangiare seduti per terra, quindi non
erano veri picnic. E gli alberi erano un po' lontani.
Lui ebbe l'idea di piantare un salice giapponese proprio
vicino al terrazzo, un delicato alberello dal tronco sottile
e dalle fronde dolcemente reclinate sulle loro teste, sui
piatti, sulle mani, solleticanti il collo e la nuca al minimo
alito di vento. Le foglie del salice giapponese sembravano
fatte apposta, con la loro forma arricciolata, per solleticare
il collo. Ma a loro piaceva sentirsi toccare da quelle gentili
dita verdi, come in una carezza eroticamente allusiva.
Salice ridente lo chiamava lei. Divenne il loro picnic
preferito.
Poi un giorno, tornando allo chalet dopo un lungo inverno
e una primavera piovosa, dovettero constatare con
apprensione che il tronco del salice era raddoppiato in altezza
e spessore, e le fronde, moltiplicate, invadevano il
terrazzo. Lui lo guard esterrefatto:
- Credevo che fosse un salice nano, - disse, - dal momento
che  giapponese... - L'aveva tirato su dal canaletto
di scolo lungo la strada durante una passeggiata in montagna.
Che aria delusa avevi, povero amico mio! Dovesti potare
molti rami per riconquistare lo spazio al tavolino e agli
sgabelli. Guardavi i rami tagliati sparsi nel prato con l'espressione
triste di chi si vede costretto a distruggere qualcosa
nato da lui.
Se tu potessi vederlo adesso, quel salice, vedresti un alberone
con un tronco poderoso, con una cupola di fronde
alta forse tre metri, ma sempre bello e gentile, con le foglie
arricciolate che invadono il terrazzo.
Ma tu non ci sei pi, e sul terrazzo non si fanno picnic.

 Capitolo 20.
Camminare.

Oltre che dai picnic la nostra relazione era caratterizzata
da lunghe camminate a piedi. Camminavamo per ore,
tenendoci per mano, chiacchierando, anche litigando a volte.
Camminavamo per le strade di Torino, le vie strette e
buie che improvvisamente si aprono su un folto di alberi
o su una piazza piena di sole. Camminavamo sulla riva del
mare in autunno, sulle spiagge abbandonate che ancora recavano
le tracce della frequentazione estiva, cartelloni
pubblicitari spezzati dal vento, uno zoccolo di legno fluttuante
nella risacca, frammenti di giocattoli di plastica.
Camminavamo nella malinconia del tramonto autunnale,
nell'umidit della sera incombente, che ci faceva stringere
nelle nostre giacchette di lana sempre troppo leggere.
Camminavamo per i sentieri della collina, tra acacie
pungenti che si insinuavano subdole tra le ultime querce
di boschi degradati intorno alla citt, calpestavamo spessi
strati di foglie secche, rami spezzati, un sottobosco che
nessuno pi pulisce e tiene in ordine. Tu mi raccontavi
della tua infanzia contadina, vissuta in una cascina di propriet
dei tuoi, dove avevi un pezzetto di terra tutto per
te, per coltivarci i fiori che pi ti piacevano, mentre tua
madre vendeva gli ortaggi del vostro grande orto e tuo padre
pescava carpe e tinche, che i grossisti venivano a comperare
ogni giorno dalla citt. Si pescava con le reti nel Po,
al tempo della tua infanzia.
Poi tuo padre era morto, la cascina era stata venduta,
e la tua infanzia bruscamente interrotta, bruscamente e
dolorosamente. Te ne era rimasto un groppo nell'anima,
che tu, senza saperlo, cercavi di nasconderti per sottrarti
al dolore, a una sofferenza che era troppo grande per il tuo
cuore di bambino. Molto pi tardi, quando quel groppo
rischiava di soffocare la tua esistenza adulta, tutte le terapie
si rivelarono inutili, incapaci di scioglierlo. Io vedevo
il sorriso spegnersi sulle tue labbra, impallidire giorno
per giorno, i tuoi occhi azzurri, bellissimi, velarsi sempre
pi. La tua mano stringeva la mia in modo convulso, e io
sentivo dalla tua stretta che nasceva in te la paura. Nasceva
e cresceva, una paura ossessiva, di cui non sapevi
spiegarti la causa.

 Capitolo 21.
Ultimo dono.

Tu non potevi sapere che era giunto l'ultimo anno della
tua vita, ma in qualche modo dovevi sentirlo. Per questo
forse volesti farmi un dono estremo, un viaggio a Mantova,
dove ti avevo raccontato di aver vissuto parte della
mia infanzia, la pi felice, ed era la citt di mia madre, che
tu e io avevamo molto amata.
Partimmo in treno, un giorno di novembre, e guardavamo
i colori della campagna autunnale passare davanti al
finestrino: il rosso acceso della vite vergine che copriva capanni
e muri, il giallo di betulle e pioppi, il malinconico
grigiastro delle stoppie. Fu guardando le stoppie abbandonate
nei campi che tu dicesti:
- Come sono tristi! Hanno il colore della morte...
- Si, ma a primavera la campagna rigermoglia ed  di
nuovo verde.
Tu mi guardasti in silenzio, con un debole sorriso.
Avevi capito che cercavo di esorcizzare il pensiero della
morte.
Eppure i giorni che trascorremmo a Mantova furono
sereni. Giravamo per le strade avvolti nella pesante nebbia
che saliva dalla terra umida, dagli stagni che circondano
la citt e che, con commovente presunzione, vengono
chiamati laghi. Camminavamo su uno spesso strato di
foglie cadute che si sfacevano sotto i passi dei viandanti,
lentamente. Visitavamo i palazzi storici, le chiese antiche,
andavamo a cercare i luoghi della mia infanzia, le case in
cui avevo abitato, le strade in cui avevo giocato.
E ti raccontavo le mie avventure di allora, quando ero
bambina, e amavo la nebbia perch mi nascondeva la realt
e mi permetteva di fantasticare senza freno.
Anche ora la nebbia aveva un effetto consolatorio, avvolgendoci
maternamente, noi che camminavamo tenendoci
per mano, e velava il pensiero della morte incombente.
Ci eravamo sempre detti che, quando fosse venuta l'ora,
ti avrei tenuto per mano, come quando percorrevamo le nostre
strade della vita. Perch tu non fossi solo in quel momento...
Questo forse significava quel nostro tenerci sempre
per mano: inconsciamente cercavamo il coraggio di andare
insieme fino in fondo alla nostra strada.
Invece tu sei morto solo, improvvisamente. E a me 
rimasto il ricordo, e la tua fotografia in una cornice d'argento.

 Capitolo 22.
Canne al vento.

Ma quante memorie racchiuse in quella cornice! Quante
avventure!
Ricordo un pomeriggio di primo novembre, il sole di
Sardegna ancora estivo imbiancava la scogliera di Capo
Testa, mentre noi percorrevamo il sentiero tra due barriere
di rocce calcinate dalla luce. Tra uno scoglio e l'altro
vedevamo il mare, turchese alla riva e blu in lontananza,
scintillante nel sole gi volto al tramonto.
Allora arrivarono le taccole, a stormi neri e gracchianti,
si posarono sulle rocce bianche del promontorio, e tu
rifacevi loro il verso perch eri convinto che ci prendessero
in giro, che tutto quel chiasso fosse per noi, per la nostra
presenza insinuata abusivamente nella quiete autunnale.
Eravamo soli a percorrere quel sentiero nel tramonto
precoce di novembre.
- Vedi? - dicevi tu, - ci seguono, ce l'hanno proprio
con noi.
Infatti le taccole, che si muovevano rumorose a gruppi
compatti, si spostavano dietro di noi da uno scoglio all'altro.
Al ritorno ci accompagnarono fino all'inizio del promontorio,
sempre gracchiando.
- Chiss quali orrendi insulti ci urlano dietro, - commentavi
tu.
- E se invece fossero richiami di simpatia? - obiettavo
io.
Non potevamo capire il linguaggio degli uccelli. Eravamo
certi per che qualcosa volessero comunicare. Nessun
animale  insensibile alla presenza dell'uomo.
Ricordo che i primi anni durante i quali passavo l'estate
nella casetta di Challant, e ancora non erano sorte
intorno al mio solitario chalet tutte le ville pi o meno
pompose che ci sono adesso, gli alberi erano popolati di
uccelli, e compariva spesso anche una coppia di scoiattoli.
Si avvicinavano fino alla porta e spiavano curiosi
mentre io scrivevo silenziosamente con la biro alla mia
scrivania. Scrivevo per ore senza alzarmi, perch in quel
tempo traducevo I Nibelunghi, lavoro lungo e faticoso.
Quando ritenevo di potermi concedere un po' di riposo,
andavo a sedermi all'ombra dei due vecchi larici dietro
la casa, dove la sedia a sdraio era sempre pronta. Controllavo
che non ci fosse nulla sulla tela, nulla da schiacciare
e che mi sporcasse i jeans. Come mi sedevo ad ascoltare
i cinguettii delle cince sui rami dei larici, cominciava
un intenso bombardamento di quelle pignette piccole
che gli uccellini svuotano dei semi e lasciano di solito appese
ai peduncoli. I primi tempi non capivo perch al mio
apparire le pigne cadessero cos copiose, e tutte addosso
a me, sulla sdraio prima intatta. Non sbagliavano mai la
mira: tutte le pigne colpivano il bersaglio, cio me. Intanto
il cinguettio diminuiva, perch evidentemente i
becchi delle cince erano impegnati a tagliare i peduncoli.
Io, quel bombardamento, me lo godevo felice, come
fosse un gioco, e forse era un gioco. Quando il sole tramontava
e il freddo della sera mi costringeva a rientrare,
il bombardamento finiva, e la tela della sdraio restava
piena di pigne.
Raccontavo a lui questa mia avventura con le cince di
Challant mentre tornavamo verso Santa Teresa di Gallura,
dove avremmo cenato e dormito all'hotel Canne al vento.
Il nome, omaggio a Grazia Deledda, era un po' eccessivo
per la piccola aiuola di canne grigie e spelacchiate,
immobili sul marciapiede. L'hotel era un alberghetto
costruito all'inizio del lancio turistico della Sardegna, con
materiali scadenti che gi mostravano le smagliature e mobili
dozzinali che avrebbero segnato la fine di quella nostra
avventura autunnale. Eravamo i soli ospiti dell'albergo,
e quello era l'unico aperto in tutta la citt.
In cucina si muoveva una vecchina, trafficando intorno
a un focolare da cui vedemmo uscire una teglia che
spandeva profumi insoliti e preziosi. La mise sul tavolo
preparato per noi dicendo:
- Servitevi da soli, perch in questa stagione non abbiamo
personale.
- Che cos'? - chiese lui sempre curioso.
- Zuppa quada.
- Zuppa quada? - insistette sempre pi incuriosito.
- Che cosa vuol dire?
- Che  fatta con pane secco bagnato nell'acqua, - rispose
la vecchina, gi sulla soglia della cucina, in cui scomparve
chiudendosi la porta alle spalle.
Ci guardammo stupiti: pane secco bagnato nell'acqua?
- Ecco perch la chiamano cos: quada da acquata,
cio inzuppata nell'acqua, - dissi io, fiera della mia cultura
filologica.
Quella zuppa di pane e acqua era una squisitezza, per
l'aggiunta di pecorino fresco, salsiccia, pomodoro e basilico,
e altre erbe aromatiche di cui  ricca la Sardegna. Tutta
una sinfonia di aromi che si sprigion quando lui ruppe
la crosta dorata che ricopriva quella vivanda povera e
ricchissima.
L'incantesimo di quella realt umile, che aveva la saldezza
della sapienza contadina, si infranse di colpo quando
entrammo nella camera da letto: mobili anonimi, privi
di grazia e solidit. Lo dimostr subito il letto, basso e largo,
posato su quattro piedi. Attirato da quella vastit eccezionale
lui, gridando Che bel lettone!, ci si butt sopra
con una breve rincorsa. I due piedi di fondo si staccarono,
e con fracasso orrendo il letto precipit al suolo
trasformandosi in un piano inclinato. Lui era rimasto abbarbicato
al copriletto, frastornato dal rumore.
- Che cosa  successo? - chiese ancora stordito.
- Niente di grave, - risposi ridendo, - sono venuti via
i piedi del fondo.
Passammo la notte a tentare di raddrizzare i piedi sotto
la rete. Al mattino ce ne andammo via presto, tanto quel
letto poteva forse servire per altre cose, ma non certo per
dormirci. Pagammo il nostro conto alla vecchina, che stava
gi in cucina a preparare il caff, e ci dileguammo nella
luce incerta dell'alba novembrina.
Le Canne al vento non furono l'unico albergo da cui dovemmo
allontanarci alla chetichella, prima che il personale
di servizio si accorgesse di un danno causato dalle forti
mani del mio amico.
Non ricordo in quale viaggio verso sud, forse alla volta
di Perugia, dove eravamo spesso invitati a convegni e
tavole rotonde, decidemmo di fare sosta a Pisa, per rivedere
la citt e respirare l'atmosfera del centro universitario,
che entrambi conoscevamo bene. Io propendevo per
un buon albergo moderno dove ero ospitata quando andavo
a fare i miei seminari di Letteratura tedesca medievale
in quella Universit. Ma lui, che amava le cose vecchiotte
e la loro patina di vissuto, scelse un albergo sul
Lungarno, dal passato illustre, molto romantico e un po'
decadente. Per non dire cadente.
Fra le molte cose che non funzionavano, o funzionavano
male, individuai subito la porta del bagno, che ai miei
prudenti tentativi resisteva, anche perch non era chiaro
se si apriva tirando o spingendo. Intervenne lui, e con le
parole: - Qui ci vuole un po' di decisione, - la tir con forza
a s. La porta si apr, ma dalla parte sbagliata. Fuoriusc
dal cardine superiore e rimase precariamente appesa a
quello inferiore. Naturalmente non si chiudeva pi.
- Tanto meglio, - fu il suo commento, - cos non ti potr
accadere di rimanerci chiusa dentro -. Alludeva alle
mie disavventure con i gabinetti, di cui parler pi avanti.
Va da s che dovemmo lasciare l'albergo di mattina presto,
prima che le persone di servizio scoprissero le nostre
malefatte.
Quegli incidenti tuttavia non incrinavano l'armonia del
nostro idillio. Erano altre le cose che provocavano i litigi,
futili e mai rumorosi, anzi spesso neppure detti, ma che
lasciavano l'amaro nel cuore.
Come quel mattino che nel solito hotel dove avevamo
l'abitudine di fermarci arrivando a Sassari, avendo sentito
bussare alla porta della mia stanza singola - quando andavamo
per le nostre lezioni prendevamo sempre due singole
per non destare pettegolezzi - e avendo detto Avanti,
vidi entrare un enorme divano portato in spalla dal
mio amico, paonazzo in viso per la fatica. Lo gett in mezzo
alla camera dicendo, appena ripreso fiato:- Cos non
dirai pi che a me danno sempre la stanza pi comoda -.
E se ne and sbattendo l'uscio.
Rimasi allibita, alla ricerca di una spiegazione della burrascosa
comparsa del divano e della ancor pi tempestosa
frase di commiato. Alla fine mi venne in mente che la sera
prima, arrivati da Torino, e prese le chiavi che il portiere
ci porgeva, io dando un'occhiata nella sua stanza avevo
innocentemente osservato che nella sua c'era sempre
un divano e nella mia no. O forse non l'avevo detto
innocentemente? O lui aveva colto una sfumatura di malignit
nelle mie parole? O durante la notte ci si era arrovellato
intorno alterandone il senso? Erano i primi tempi del nostro
rapporto, era il tempo in cui litigavamo per la coda
delle quaglie.
All'insulto del divano risposi con un carciofo spinoso,
che gli infilai nel letto con le spine in avanti, in un momento
in cui ero rimasta sola nella sua stanza. Ma non funzion
perch, sospettando una mia reazione, prima di entrare
nel letto sollev le coperte e scorse il carciofo, che mi
fu restituito l'indomani al centro di un mazzo di tulipani.

 Capitolo 23.
Fuga a Venezia.

Fu lei a fuggire a Venezia, dopo una lite pi grave delle
altre, liti sempre a bassa voce, cose neppure dette, a volte,
che per ferivano nel profondo, e facevano parte, ma
questo lo avrebbero capito pi tardi, del difficile processo
di avvicinamento e reciproca accettazione che, senza
saperlo, essi avevano intrapreso.
E non fu neppure una vera fuga: le avevano offerto un
incarico all'Universit di Venezia, e lei aveva accettato.
Sarebbe stata una follia non accettare. Ma forse se non ci
fosse stata quella lite...
Quando prese il treno per Venezia, era sicura che non
voleva pi tornare a Torino. Sarebbe stata, pensava, una
soluzione definitiva. Era anche lusingata dal prestigio della
facolt di Lingue straniere di Ca' Foscari e del grande
germanista che, andando in pensione, aveva offerto a lei
il suo insegnamento di Filologia germanica. C'era poi l'attrattiva
della citt, visitata qualche volta di corsa, in cui
ora avrebbe potuto vivere per conoscerla e goderla. Una
parte del suo entusiasmo era anche dovuta, e questo lei lo
sapeva, al fatto che fuggiva da lui, dai suoi tradimenti,
dalle sue misteriose sparizioni, che lei non poteva capire
e la inquietavano, dalle sue assenze. Era decisa a rompere
per sempre, tutta protesa verso la nuova vita sui rii di
Venezia.
Quando il treno, partito da Torino in direzione di Milano,
pass per la stazione di Chivasso, la cittadina dove
lui abitava, chiuse gli occhi e fece finta di dormire. Quel
cavalcavia, su cui erano passati tante volte tenendosi per
mano, e che forse ora  stato abbattuto, non voleva vederlo.
Di lui voleva dimenticare tutto.
Arrivata a Venezia, posata la valigia in albergo, si mise
subito alla ricerca di un appartamento da affittare, girando
a caso per calli e callette con gli occhi attenti ai cartelli
Affittasi, ma godendo nello stesso tempo l'aria tiepida
della splendida sera d'ottobre che aveva ancora i
colori dell'estate. Dei cartelli che cercava non ne vide neppure
uno, ma non se ne preoccup. L'indomani sarebbe
andata in facolt e avrebbe conosciuto i nuovi colleghi,
che certamente l'avrebbero aiutata a trovar casa.
Torn in albergo soddisfatta di quella prima passeggiata
solitaria, con la testa piena delle sorprese che pregustava
per il giorno dopo. Invece la sorpresa la trov in albergo,
sotto forma di telegramma, in cui lui diceva: Arrivo domani
alle tredici. Aspettami.
E arriv puntualmente: l'albergo era di fronte alla stazione.
- Come hai fatto a trovarmi? - chiese lei, che era convinta
di essere sparita senza lasciare traccia.
- Semplice, - rispose lui, - ho telefonato ai tuoi.
La dolce e pigra atmosfera veneziana stemper l'asprezza
del risentimento che lei nutriva nell'animo, e forse scolor
i fantasmi che lui inseguiva nei recessi della sua vita randagia,
quando scompariva per giorni e giorni, creando quei
vuoti che la inquietavano tanto. E dei quali lui pareva non
poter fare a meno.
Camminare per le callette tenendosi per mano era bello come
per le vecchie strade del centro di Torino, forse
anche di pi. Insieme impararono a guardare, a usare gli
occhi per cogliere forme e colori delle cose, le sfumature
delle luci al tramonto, i riflessi dei palazzi antichi nell'acqua
sonnolenta del Canal Grande, riflessi che il passaggio
di un vaporetto o di un motoscafo scompigliava e distruggeva,
ma che si ricomponevano appena la superficie riacquistava
l'immobilit densa e un poco oleosa che le era abituale.
Di quel primo soggiorno a Venezia il momento culminante
fu la scoperta dei dipinti di Vittore Carpaccio nella
Scuola dei Greci. Lei non c'era mai stata, lui fuggevolmente
molti anni prima. Ci andarono insieme, e insieme
scoprirono nel grande dipinto di san Giorgio che uccide il
drago, tra i resti umani e le carcasse di animali divorati dal
mostro, le erbette e i fiori che spuntavano protervi, quasi
a gridare che la forza della vita trionfa sulla morte anche
con le cose pi semplici, che bastano un filo d'erba e un
cespo di violette per ridare serenit a chi sa guardare. E la
sapienza del pittore, che tale non sarebbe se non sapesse
scorgere le piccole cose, risaltava nel pelo lucente del cagnolino
di sant'Orsola come nei capelli d'oro della vergine
bionda.
Con quel ricordo negli occhi si separarono. Quando lui
ripart per Torino, lei lo accompagn alla stazione.

 Capitolo 24.
Avventura viennese.

Non ero mai stata a Vienna e, approfittando che Venezia
 pi vicina a Vienna di Torino, accettai l'invito di
un collega austriaco, che proprio quell'anno aveva avuto
la cattedra a Klagenfurt.
- Prendi un treno del mattino, - aveva detto, - e ci incontriamo
a Klagenfurt alle cinque del pomeriggio. Ti
aspetto sulla porta dell'Universit. La citt  piccola, e tutti
sapranno indicarti la strada. Poi andremo a Vienna in
macchina.
Piena di fiducia, presi un treno che partiva nella tarda
mattinata, e mi abbandonai tranquillamente al piacere di
guardare dal finestrino. Era l'inizio di novembre e la sera
scese presto, anche perch viaggiavamo in mezzo alle
montagne. Alle quattro era gi perfettamente buio, e cominciai
a dubitare che il progetto dell'amico austriaco potesse
funzionare. In ogni caso, quando esco di stazione
prendo un taxi e mi faccio portare all'Universit, pensai.
Infatti alle cinque in punto uscivo di stazione e salivo
sull'unico taxi in attesa di viaggiatori. Ma quando chiesi
al tassista di portarmi all'Universit, quello mi rispose
che a Klagenfurt non c'era nessuna Universit.
- C', - ribattei io, - ne sono sicura perch sono attesa
proprio l.
- Allora mi dica dov'. Da che parte andiamo? - Il tassista
non era affatto gentile.
Mi venne in mente che il collega viennese mi aveva
detto che l'ateneo era stato istituito proprio quell'anno.
Lo comunicai all'autista, ma quello insistette a dire che
poteva essere benissimo come io dicevo, ma lui non sapeva
dove fosse. Intanto, girando gli occhi intorno, notai
che nella piazza della stazione era segnalato il senso
rotatorio. Gli dissi di avviarsi seguendo il percorso obbligato,
che infatti immetteva in un viale a senso unico.
Di li si doveva passare per forza se si voleva uscire dalla
piazza. Ci avviammo. Il tassista brontolava tra s delle
cose che io non capivo, ma che non dovevano essere complimenti
al mio indirizzo. Io invece guardavo attentamente
i palazzi ai lati della strada, nel caso ne apparisse
uno abbastanza solenne da ospitare una universit. Ma
cominciavo a dubitare di tutto, anche del collega viennese,
che avrebbe potuto, pensavo adesso, darmi un appuntamento
pi preciso. Venirmi a prendere in stazione,
per esempio.
Ma a un tratto ogni mia preoccupazione si dissolse alla
vista di un cartello che portava scritto a caratteri cubitali:
laura! E sotto appariva una grossa freccia rossa.
- Segua quel cartello, - gridai al tassista, - Laura sono
io!
Non potevo vedere la sua faccia, forse stupita o ghignante
nel buio. L'ultima ipotesi mi parve la pi realistica.
Tuttavia segu in silenzio l'indicazione della freccia.
Arrivati a un incrocio, una nuova freccia col mio nome a
grandi caratteri indicava che si doveva svoltare a destra.
E cos fu per tutto il percorso. Finch ci trovammo fuori
citt. E li le frecce finivano.
- E adesso? - chiese malignamente il tassista.
- L! - esclamai indicando l'unico edificio, in mezzo a
un praticello, con tutte le finestre illuminate. Nella luce
del portone riconobbi la sagoma alta e sottile del collega
austriaco. Si precipit ad aprirmi la portiera, volle assolutamente
pagare la corsa, e mi condusse a vedere il suo studio
al primo piano. Incontrammo alcuni docenti ai quali
mi present come una giovane collega italiana, e quando
ci ritrovammo nel suo studio gli raccontai del mio scontro
con il tassista.
- Effettivamente pochi sanno dell'esistenza di una universit
qui a Klagenfurt. Per questo stamattina ho affisso
tutti i cartelli con il tuo nome, - disse in perfetta tranquillit,
- adesso li tolgano pure -. Mi venne in mente che
i viennesi sono considerati piuttosto estrosi. Infatti le avventure
non erano finite.
S'era fatto tardi, e partimmo in direzione di Vienna.
Lungo la strada ci saremmo fermati a cenare in una Stube.
Pensavo a una sosta rapida e improvvisata, ma quando
fummo seduti mi accorsi che sul tavolo c'erano i nostri nomi,
quindi era stato prenotato. E subito fummo circondati
da un gruppo di musicanti, una Kapelle come la chiamano
loro, e una voce possente inton 'O sole mio. Tutto
in mio onore.
Mangiammo benissimo e ripartimmo per Vienna, dove
arrivammo a notte fonda.
Vienna  nel mio ricordo, fulgido e rapido come un lampo,
citt avventurosa. Fu proprio l che mi procurai, io
nata in Friuli e naturalizzata piemontese, con aggiunta di
esperienza veneziana, l'unica sbronza della mia vita. Quindi
non con un nobile vino piemontese, serio e generoso,
non con uno dei vini friulani o tirolesi o veneti, tutti estrosi
e imprevedibili, bens con un vinello di bassa gradazione
che nasce sulle colline di Grinzing attorno a Vienna. E
il famigerato Heuriger, che, vendemmiato in ottobre, gi
si beve in novembre. Ai primi freddi dell'autunno si va
nelle piccole osterie in mezzo alle vigne, a bere quel vino
gradevole, ma di tanto bassa gradazione che non supererebbe
l'anno. Te lo servono con fette di pane di segala su
cui ciascuno spalma da una terrina lardo macinato aromatizzato
con aglio, aggiungendo ogni tanto come variante
un peperoncino verde piccante conservato sotto
aceto. Lo Heuriger, con questi rustici accompagnamenti,
va gi come acqua, e tu bevi fiducioso nella bassa gradazione,
ti unisci ai cori di tavolate viennesi, partecipi a canzoni
che non conosci, se stoni nessuno se ne accorge perch
la tua voce si perde nel frastuono generale, e a un certo
punto guardi dalla finestra e ti accorgi che il cielo  buio
e pieno di stelle. Chiedi l'ora.  mezzanotte. Ma non siamo
arrivati alle quattro del pomeriggio? Senti la tua voce
che dice:
- Alziamoci. E ora di tornare a casa.
E ti ritrovi a scivolare su un sentiero gelato che attraverso
le vigne porta alla strada. Poi senti che qualcuno
ti fa sedere in automobile, e avvia il motore. L'indomani
ti svegli che il sole  gi alto e chiedi un'aspirina
per il mal di testa. Nessuno ti dir mai quanto ne hai bevuto,
perch nessuno lo sa.

 Capitolo 25.
Tradimenti.

Accadde un giorno che fu lei a tradire. Si innamor
di un collega di un'altra citt conosciuto a un convegno.
Arrivava a Venezia alle cinque del mattino per stare con
lei fino alla sera. Qualche volta fino al giorno dopo. Quegli
strani orari erano dovuti al fatto che lui doveva venire
a Venezia all'insaputa di sua moglie. Cosa non troppo
difficile, perch a quei tempi i professori universitari viaggiavano
molto. Lei metteva la sveglia alle quattro e mezza,
e usciva di casa per andare a prenderlo in stazione.
C'era soltanto lei ad attendere quel treno, da cui scendeva
un unico passeggero: era un convoglio locale adibito a
trasporto misto, merci e passeggeri.
- Non hai paura a girare sola per le calli deserte a quest'ora?
- le chiedeva lui mentre andavano verso casa. Lei
allora viveva in un appartamentino in affitto nel campiello
del Spizier, vicino a Rialto. Una casa del Seicento, paurosamente
inclinata e priva di intonaco sulla facciata, per
cui quando pioveva il muro si inzuppava d'acqua e poi dava
luogo a ruscelletti che correvano verso la parete d'ingresso.
Per aveva quattro belle bifore sul campiello, ed
era luminosa. Cosa assai rara per Venezia.
- Avrei paura se dovessi uscire per qualche altra ragione,
- rispondeva lei, - anzi non uscirei affatto. Ma ti perderesti
di sicuro in questo labirinto di callette... E poi, vedi,
non ci sono che gatti in giro.
Era vero. Gatti scivolavano veloci e silenziosi lungo i
muri delle case, e solo alle prime luci dell'alba si vedeva
qualche operaio affrettarsi verso la stazione col naso infilato
nella sciarpa per difenderlo dall'umidit del mattino.
Quando lui ripartiva, lei telefonava al suo amico a Torino
per farsi consolare. Perch avevano preso l'abitudine,
poco per volta, di raccontarsi tutto, anche i tradimenti.
Ormai sapevano che sarebbero stati passeggeri.
- Tanto alla fine torniamo sempre insieme, - aveva
detto lui una volta. Ed era vero. Fu cos che cominciarono
a raccontarsi sempre tutto, lui i suoi frequenti e brevi
amori, sempre burrascosi; lei i suoi pi rari, ma pi impegnativi.
Non  che non soffrissero entrambi dei tradimenti dell'altro,
ma la sofferenza, e il dispetto, non scavavano in
profondit, non intaccavano quel solido fondo di fiducia
reciproca che li univa, ormai indistruttibilmente.
Lui era pi passionale di lei, e le sue avventure finivano
sempre in modo drammatico. Lei invece sapeva trarre
da ogni esperienza anche transitoria, e conservare, l'aspetto
positivo, la parte migliore. Perch in tutte le cose,
anche le pi banali o negative, c' qualcosa che si pu ricordare
con piacere e aggiungere al bagaglio delle proprie
esperienze.
O forse era in lei la virt di non scorgere gli aspetti negativi
degli avvenimenti, o di dimenticarli al pi presto?
e ricordare con precisa fedelt della memoria i momenti
belli, anche se apparentemente insignificanti?

 Capitolo 26.
La cena delle pizze.

Almeno una volta al mese tornavo a Torino, dove avevo
ancora la mia famiglia. Durante uno di quei soggiorni
si doveva tirare il vino. Lo compravamo in damigiane
nei paesi delle Langhe, e ora dovevamo imbottigliarlo. Il
rito dell'imbottigliamento era rigorosamente presieduto
da mio padre, il quale tuttavia non partecipava alle operazioni
manuali. Quelle venivano eseguite da noi tre figli:
io avvinavo le bottiglie, Paolo le riempiva travasando il vino
dalla damigiana con una canna che si blocca automaticamente
quando il vino nella bottiglia ha raggiunto il livello
giusto, Roberto le controllava una per una e le chiudeva
con la tappatrice. Mio padre applicava le etichette e
sistemava le bottiglie sugli scaffali.
Ma quell'anno mancava mio fratello Roberto, che si era
sposato e non stava pi con noi. Occorreva rimediare un
paio di braccia e io pensai al mio amico.
-  pratico di imbottigliamento? - chiese mio padre
con malcelata diffidenza.
- Penso proprio di s, l'hanno fatto anche in casa loro
finch era vivo il padre.
- E sia. Prender il posto di Roberto, - replic.
Per ogni evenienza fu cooptato anche un altro amico,
un certo Luigino, che diceva di intendersi di imbottigliamento
perch aveva avuto un compagno di scuola che era
figlio di un vinaio.
Il giorno fissato ci trovammo tutti in cantina. Era il primo
pomeriggio e, fatti bene i conti, avremmo dovuto finire
per l'ora di cena, e per cena mia madre ci avrebbe preparato
la pizza. Al momento di dar inizio alle operazioni
ci contammo: mancava uno. Mancava Luigino, a cui peraltro
non era stato assegnato alcun compito particolare.
- Pazienza, - si disse, e ci infilammo i nostri grembiuli da
vinattieri.
Il lavoro procedette spedito e senza incidenti. Parve anche
pi veloce del solito perch si chiacchierava del pi e
del meno, non ricordo di che cosa, ma molto intensamente.
Gi pregustavamo le pizze di mia madre, e l'ora di cena
era infatti prossima, quando comparve sulla porta della
cantina Luigino, tutto vestito a festa, come per un invito.
- Perch, - obiett alle nostre rimostranze, - a cena
non mi volete?
Gli facemmo capire che non era quello lo scopo principale
dell'incontro, e lo mettemmo a incollare le etichette
sulle bottiglie. Cos almeno non si sarebbe sporcato il vestito.
Finito il lavoro ci lavammo le mani e salimmo in casa precedendo
mio padre che si era fermato a dare un'ultima occhiata
alla cantina e a chiuderne la porta. Quando entr in
casa ci trov tutti seduti a tavola, pronti a mangiare le pizze
che mia madre gi infornava una per volta con grande
perizia. La tavola era stata preparata in tinello e la porta
della cucina era stata lasciata socchiusa perch mia mamma
non mettesse a repentaglio le pizze abbassando la maniglia.
Eravamo in grande attesa e spiavamo con nasi attenti
il profumo della prima pizza, che non doveva tardare. E
infatti eccolo! l'inconfondibile sentore di pomodoro, origano
e aglio: pizza alla marinara, la mia preferita!
A quel punto ci fu un trambusto in cucina: mi parve di
udire rumore di ferraglia. Vidi il mio amico alzarsi precipitosamente
e correre in cucina chiudendosi la porta alle
spalle. Segu un lungo misterioso silenzio. Poi lui riapparve
reggendo un grande piatto con dentro la pizza, un po'
deturpata, ma completa.
- Perch l'avete tirata fuori dalla teglia? - chiesi io, che
ero abituata a veder giungere le pizze in tavola nella loro
teglia di cottura.
- Perch il tegame serviva per la prossima, - rispose
pronto lui. Ma mentiva, perch io sapevo che mia madre
aveva pi di un contenitore per quello scopo. Non feci
obiezioni, anche perch sentivo che la mamma stava gi
trafficando con la seconda pizza.
Mangiammo la nostra prima fetta con molta soddisfazione
e senza alcun sospetto, anche se io continuavo a domandarmi
il perch di quell'insolito travaso dalla teglia al
piatto, che aveva comportato un certo raffreddamento della
pizza. Ma fui subito distratta dalle chiacchiere che si facevano
attorno al tavolo.
Intanto il profumo arricchito di capperi, olive e acciughe
annunciava una siciliana. Vedevo che lui tendeva
le orecchie e aguzzava gli occhi verso la cucina. A un tratto,
nuovo frastuono e rumore di ferraglia al di l della
porta. Lui si alz e, afferrato il piatto di portata, che nel
frattempo era stato svuotato, corse in cucina. Questa volta
mi allarmai, perch il silenzio e l'assenza di lui si prolungavano
un po' troppo. Per fortuna la loquacit di Luigino,
noto parlatore, distrasse tutti gli altri dal pensare a
un incidente. Finalmente la porta della cucina si riapr e
lui apparve con lo stesso grande piatto di prima, contenente
la pizza alla siciliana visibilmente rabberciata. E
mise in tavola con un sorriso in cui io, che lo conoscevo
bene, notai un'ombra di sfrontatezza.
- Che cosa  successo? - chiese mio padre togliendosi
gli occhiali per ispezionare meglio la pizza.
- Niente, - ment lui, - c' stata qualche difficolt a
estrarre la pizza dalla teglia -. Io, percorrendo con lo sguardo
le crepe che si intersecavano, ebbi gravi sospetti, anche
per la solita ragione che non c'era alcuna necessit di
estrarla dalla teglia.
La terza arriv in tavola portata dalla mamma tutta
sorridente, con le mani infilate in due guanti da forno. La pizza
era infatti nella sua teglia. Guardai mia madre con aria
interrogativa, e lei mi rispose con un piccolo sberleffo, che
voleva dire non fare domande. Non feci domande, per
quella sera.
L'indomani per cercai a lungo una pinza da forno, che
era stata l'orgoglio di mia mamma. Inutilmente. Era una
di quelle pinze che, per mezzo di una molla, aprono e chiudono
una ganascia che addenta l'orlo del tegame e non lo
libera finch non si apre la mano. Ideale per estrarre teglie
bollenti dal forno. Alla prima occasione chiesi dove
era andata a finire.
- Nella spazzatura, - fu la risposta di mia madre. - Non
teneva pi. Doveva essersi spezzata la molla.
Tutto mi fu chiaro. A causa della molla spezzata le pizze
cadevano per terra nel momento in cui venivano estratte
dal forno. Cos si spiegavano i rumori di ferraglia al di
l della porta e le corse di lui in aiuto della mamma, che
da quel giorno concep un singolare ricambiato affetto per
il mio amico.
Tutto il contrario accadde a mio padre. Infatti qualche
mese dopo, quando si assaggi il vino di quella annata, tirato
collegialmente dalla suddetta manovalanza, si scopr
che alcune bottiglie, debitamente riempite, erano rimaste
senza tappo, e altre, tappate ed etichettate, erano vuote.
- Tutta colpa di quei chiacchieroni, - sentenzi mio padre.
Ma alludeva a quello che usava la tappatrice.

 Capitolo 27.
Un fantasma gentile.

Nei miei giorni torinesi, che capitavano con una certa
regolarit, riprendevo tenui contatti con l'universit da
cui ero partita con la mia laurea in tasca, convinta, e qualcuno
aveva avuto cura di farmelo credere, che per me l
non ci sarebbe mai stato posto.
D'altra parte, dopo i primi anni di entusiasmo per Venezia,
per i colleghi che mi avevano accolta con calore, per
la mia abitazione suggestiva ma scomoda, per quella prima
esperienza fuori della famiglia, esperienza difficile ma
positiva, cominciavo a sentire in fondo al cuore un desiderio
segreto di tornare a Torino, e proprio in quella facolt
che si era dimostrata per me sottilmente ostile.
I primi contatti avvennero grazie a una ricerca fatta con
altri docenti di letterature straniere, tutti della mia generazione.
Era per me un'esperienza nuova, poich per ragioni
varie, non ultima una naturale tendenza a lavorare
da sola, non avevo mai partecipato a un gruppo di studio.
Avevo avuto s scambi di idee con il mio amico, docente
di Letteratura spagnola, ma non si era trattato di studio
in comune. Ora faceva parte anche lui di quel gruppo, e
fu lui a introdurmi e farmi conoscere i nuovi colleghi. Non
so quanto le nostre riunioni periodiche abbiano influito
sulla riuscita del piccolo volume collettivo che raggrupp
i nostri singoli scritti sotto il titolo di Autocoscienza e autoinganno,
ma certamente ebbero il vantaggio di farmi incontrare
alcune persone con le quali rimasi poi legata da
un rapporto di amicizia. Una soprattutto avevo notata dalla
prima volta che ci eravamo riuniti, e mi aveva colpita
per la sua aria discreta e molto attenta agli altri. Mi accorsi
subito che al suo silenzio non sfuggiva niente. Non
sfugg, per esempio, il mio iniziale disagio nel trovarmi in
un gruppo di persone che si frequentavano da lungo tempo
e delle quali io non conoscevo quasi nessuno, n la mia
reticenza a entrare in un discorso che appena varcasse i limiti
della nostra ricerca, in poche parole l'impaccio che
provavo a collaborare con gli altri. Chi  abituato allo studio
in solitudine, cosa possibile forse solo in ambito letterario,
pu capirmi.
La persona di cui parlo era un uomo di qualche anno
pi giovane di me, docente di Letteratura ungherese, molto
silenzioso: nel nostro gruppo piuttosto vociante, come
accade quando si riuniscono persone che si conoscono da
tempo, lo notai perch sorrideva molto e parlava poco. Parole
contate e misurate, pronunciate con una bella voce
bassa e calda. Il suo atteggiamento, la sua voce, mi colpirono
prima della sua bellezza, che era notevole ma non
ostentata, anzi velata da un'ombra di malinconia. La malinconia,
insieme alla bellezza e al sorriso, faceva di lui un
personaggio quasi di altro tempo e altro mondo, eppure
partecipe del nostro quotidiano. Divenimmo amici: un'amicizia
fatta di discorsi piani, sottovoce, mai banali. A un
certo punto mi accorsi che sapevo tutto della sua vita, delle
sue convinzioni politiche, dei suoi studi.
Quando e come mi aveva detto queste cose? lui cos riservato?
Non saprei. Forse comunicava anche attraverso
il silenzio, o il semplice sguardo, o la stessa presenza. Ora
che  morto da tanti anni, ripenso a lui come a un fantasma
gentile, che attraversa la vita di chi gli  vicino sommessamente,
e lascia una traccia indelebile, un ricordo indimenticabile.
Faccio uno sforzo per pensarlo di questo mondo, eppure
era di questo mondo. Lo dimostra una ricetta che ho
trovato nel mio libro di cucina e che mi aveva dato lui.
Non so perch ci avessi scritto il suo nome, quando non
sapevo che sarebbe morto qualche anno dopo, assai prematuramente.
Sentivo forse che un giorno, nei miei ricordi,
sarebbe comparso con la levit di un fantasma? Ma
ecco la sua ricetta: peperoni in agrodolce.
Si tagliano a pezzi i peperoni, meglio se rossi, e si friggono
rapidamente in olio dalla parte della pelle, salandoli
leggermente. Quando la pelle  rosolata, si aggiungono nella
padella un bicchiere di aceto bianco e due cucchiai di
zucchero. Si lasciano cuocere alquanto in questo sugo, secondo
lo spessore in modo che rimangano croccanti, poi si
toglie il tutto dalla padella e si mette in un contenitore.
Oltre a essere molto appetitosi, sono facilmente digeribili.
Li ho fatti ieri sera per un amico pianista e sua mamma,
che erano a cena qui:  stato un successone. E abbiamo ricordato
insieme il mio fantasma gentile, che anche loro
avevano conosciuto. Con grande affetto e rimpianto.

 Capitolo 28.
Ritorno a Torino.

Perch un mattino qualunque feci caricare i miei mobili
su un barcone, che li avrebbe portati a un deposito di
autotreni alla periferia di Mestre? e di li sarebbero giunti
in corso Agnelli a Torino?
Me lo chiedevo mentre il treno del pomeriggio viaggiava
verso occidente ripercorrendo per l'ennesima volta
quel lungo tratto rettilineo tra Venezia e Torino, che in
tante occasioni avevo percorso e di cui conoscevo ogni particolare,
ogni albero vorrei dire, per quella mia passione di
guardare dal finestrino riscoprendo con rinnovata curiosit
piante e cespugli che ricordavo quasi a memoria.
Percorrevo a ritroso il viaggio fatto quattro anni prima
verso Venezia, fermamente decisa, allora, a restare l per
sempre, al punto che negli ultimi tempi avevo progettato
di acquistarvi un appartamento, e l'avevo anche gi visto,
da fuori, in un bel palazzetto ottocentesco, tra la stazione
e campo dei Frari. Avevo persino fissato la data dell'incontro
con l'agenzia per visitarne l'interno e concordare
il prezzo.
Ma la vigilia di quel giorno che sarebbe stato decisivo
per me, fui colpita da un grave disturbo agli occhi e ricoverata
d'urgenza all'ospedale, in reparto neurologico. Vi
rimasi due settimane, sottoposta ad analisi intese a individuare
un possibile tumore al cervello, causa del disturbo
alla vista. Tre giorni dopo il ricovero ero tornata a vedere
normalmente, senza nessuna cura, mentre i neurologi stavano
ancora sottoponendomi ad accertamenti sofisticatissimi,
e non volevano credere che avessi recuperato la vista
senza alcun intervento, medico o chirurgico.
- Sarebbe un miracolo, - disse uno di loro.
- Be', - ribattei, -  accaduto anche a san Francesco.
- Ma quello era un santo, - mi sentii obiettare.
Per convincerli dovetti infilare un refe nella cruna di
un ago. Si convinsero, mi permisero persino di leggere, ma
continuarono le loro inutili ricerche. Io occupavo il tempo
libero gironzolando nei chiostri di San Giovanni e Paolo,
ospedale ricavato da un antico monastero. Coglievo violette
nei praticelli, perch si era in marzo, e tra l'erba spuntavano
allora i primi fiori. Probabilmente fu per evitare la
falcidia delle violette che mi dimisero dopo due settimane
senza diagnosi, o meglio con una diagnosi ironica: diplopia
da concorso.
Infatti il disturbo si era manifestato dopo che avevo saputo
di aver vinto la cattedra. Non sono convinta della
diagnosi, perch un concorso a cattedra universitaria pu
comportare forse qualche patema d'animo, ma nessuna fatica,
in quanto il candidato non deve fare altro che presentare
le sue opere. E io non avevo neppure grandi patemi
d'animo, perch era la prima volta che concorrevo. Invece
credo che la colpa sia da attribuire al libro che stavo
scrivendo, Il messaggio razionale dell'avanguardia, in cui volevo
capire la necessit razionale, la ragione, della rivoluzione
portata avanti dai movimenti d'avanguardia. Nella
stesura di quel libro avevo dovuto confrontarmi con le teorie
di Wittgenstein e tutti i problemi sorti intorno al linguaggio
e alla sua capacit di comunicare. In anni in cui la
linguistica propendeva per l'impossibilit di comunicare,
e mai tanto inchiostro fu versato per sostenere questa tesi,
io volevo dimostrare che ogni linguaggio comunica secondo
le necessit di chi lo usa. La difficolt di quella ricerca,
compiuta solo per soddisfare una mia esigenza personale,
mi aveva fatto, come si diceva una volta, andare
insieme la vista.
Uscita dall'ospedale presi due decisioni: che sarei tornata
a Torino, per viverci, e che mi sarei fatta un regalo.
Il ritorno nella mia citt fu molto facile: diedi l'incarico ai
miei genitori di trovarmi un appartamento in uno dei grandi
viali vicino alla loro abitazione, andai a vederlo, mi parve
soddisfare le mie esigenze e lo acquistai. Per questo la
vigilia di San Giovanni mi trovavo sul treno che mi riportava
a Torino, senza sapere bene perch. Allora. Avrei
capito molto pi tardi la ragione di quel trasferimento, che
mi avrebbe costretta a quattro anni di pendolarit settimanale
tra Torino e Venezia. Ma fu l'occasione per rileggere
i romanzi di Dostoevskij.
Il grande regalo che mi feci fu di scrivere I dodici abati
di Challant. L'idea e la trama erano nate nell'estate del
'68, durante un agosto piovosissimo che avevo trascorso
nella mia casa in Val d'Aosta. Pioveva quasi tutti i giorni
e, non sapendo come passare il tempo, mi divertivo a inventare
diversi modi di far morire abati rompiscatole.
Tutte morti che non destano angoscia n orrore, anche se
sono violente e cruente. Quando uscii dall'ospedale, ripresi
il vecchio manoscritto dimenticato per anni, lo rielaborai
e trascrissi accuratamente. Mia madre cont tutte
le morti, essendo professoressa di matematica, e un
giorno mi disse:
- Figlia mia, che non saresti mai andata oltre le quattro
operazioni, l'ho sempre saputo. Ma speravo che almeno
le addizioni le avresti imparate!
E al mio sguardo stupito e interrogativo, rispose:
- Le morti sono tredici! Un abate l'hai fatto morire due
volte, e in due modi diversi!
Era vero. Tanto mi divertivo a inventare maniere per
uccidere abati, che avevo ecceduto nel numero. Dovetti
sacrificare una delle mie invenzioni. Poi ne sacrificai un'altra,
perch un abate avevo deciso di non farlo morire, in
quanto, mentre tutti gli altri erano semplici manichini, dietro
a lui c'era invece un modello reale, una persona che allora
mi era amica. Del resto, a parte gli abati, tutti i personaggi
di quel romanzo hanno ispiratori che fanno parte
della cerchia dei miei amici, e che tutti si sono riconosciuti,
qualche volta con molto piacere.
Nelle notti insonni passate in ospedale mi ero riscritta
nella mente tutto il romanzo, usando anche diversi registri
linguistici, prevalentemente di imitazione medievale,
come richiedeva la trama, per dimostrare che ogni linguaggio
 comunicativo nel suo ambito e chiudere la bocca,
se potevo, ai filosofi dell'incomunicabilit. Naturalmente
non ci sono riuscita, ma poi scienza e letteratura mi
hanno dato ragione.
Uscita dall'ospedale, non dovetti fare altro che prendere
carta e biro e mettere per iscritto ci che era stipato
nella mia mente. Segu un lungo lavoro di revisione e
stagionatura, come io chiamo quel periodo di riposo
che un libro, di qualunque genere, deve subire prima dell'ultima
e definitiva rilettura. Quella era la mia prima
esperienza narrativa, e la stagionatura fu particolarmente
lunga. Nell'autunno del '79 il dattiloscritto era sul tavolo
di Paolo Fossati, che era allora uno dei lettori dell'Einaudi.
- La Mancinelli  impazzita! Ha scritto un romanzo!
- fu la sua prima reazione. E la frase mi fu debitamente
riferita per via sotterranea, come tutto quello che si dice
o si mormora nelle case editrici.
Ma devo ammettere che Paolo Fossati aveva ragione:
io ero nota per i miei precedenti lavori come germanista
molto seriosa, che godeva a fare lavori noiosissimi e qualche
volta ingrati. Nessuno, nemmeno io, si sarebbe mai
aspettato che scrivessi un romanzo. Tuttavia, malgrado la
mia fama, Fossati lo lesse subito, lo approv e lo fece approvare.
Purtroppo, per ragioni che non conosco e non riesco
a immaginare, i tempi della pubblicazione furono molto
lunghi, soprattutto per uno smilzo libretto come quello,
e il mio povero romanzetto vide la luce solo nel febbraio
dell'81, dopo quasi un anno e mezzo di soggiorno in casa
editrice.
- Figlia mia, - fu il commento di mia madre, - non so
come fai a inventarti tante stupidaggini! - Per sapevo
che, se pure la sua mente matematica si ribellava alle mie
inverosimili storie, era molto contenta. Mi accorsi che alla
presentazione del romanzo in libreria, vedendo quanta
folla c'era, si era commossa. Fu l'ultima felicit che potei
darle, forse.

 Capitolo 29.
Le strade di Torino.

Io non lo sapevo, allora, ma gli anni che trascorsi come
pendolare tra Torino e Venezia sarebbero stati i pi felici
della mia vita. Forse proprio per quel non essere n qui n
l, certamente per la possibilit di rivivere la mia Venezia
tre giorni la settimana, ritrovare gli amici e i luoghi che mi
erano cari, e dai quali non avrei potuto sopportare un distacco
repentino e totale. Tre giorni per riprendere le abitudini
veneziane, fatte di lunghi vagabondaggi per calli e
ponticelli, sola o con qualche collega, di riposanti soste in
un bacaro - uno ne frequentavo dopo le lezioni, prima di
sera, con un collega molto caro, mi pare che si chiamasse
Domori - a bere vino raboso e mangiare coppa di toro. E
si chiacchierava, si parlava dei nostri lavori, di come procedevano
o non procedevano.
A quel tempo, dopo essere stata fermamente convinta
che il mio primo romanzo sarebbe stato anche l'ultimo, che
il mio mestiere era la germanistica medievale e non la narrativa,
e mentre portavo avanti la traduzione del Tristano
di Gottfried, poco meno di ventimila versi che traducevo
in versi italiani, nasceva in me l'idea del Fantasma di Mozart.
E gi ne parlavo con quel collega, grande mozartiano
oltre che grande germanista, e piano piano l'idea metteva
radici.
Nei quattro giorni torinesi lavoravo alacremente alla
mia traduzione dal tedesco medievale, senza per dimenticare
Mozart, con il quale avevo ormai un rapporto sotterraneo,
molto intenso e vivificante. E fu cos che mi resi
conto di che cosa significava Torino per me, e perch a
un certo punto della mia vita avevo sentito la necessit di
tornare nella mia citt. Significava il luogo dove mi piaceva
lavorare, mentre Venezia assumeva sempre pi il volto
della vacanza. Fare lezione, ricevere gli studenti, gli esami
stessi, che sono sempre l'aspetto deteriore e faticoso
dell'insegnamento, avvolti nella bellezza di Ca' Foscari,
erano per me ora una pausa di distrazione, se non di riposo.
Torino il luogo del lavoro.
Ma anche il luogo delle lunghe peregrinazioni a caso per
le vie del centro storico, insieme al mio amico. Lui conosceva
tutte le storie dei palazzi famosi, quelle vere e quelle
che si sussurravano sottovoce, perch ambigue e forse
inventate, e la sua voce si fondeva per me con le mura di
mattoni rossi dei palazzi del Guarini, o con il giallo ocra
di quelli dello Juvarra. Cos camminavamo senza una meta,
sempre tenendoci per mano, e nei momenti di maggiore
esaltazione sentimentale ci facevamo regali impossibili,
come i palazzi che pi ci piacevano: lui mi regal Palazzo
Barolo e io a lui Palazzo Carpano, con buona pace dei reali
proprietari. In uno slancio affettivo arriv a regalarmi il
campanile di San Genesio!
San Genesio  un paesino sopra Chivasso, con un bel
campanile romanico. Alla domenica, con i mezzi pubblici,
nell'uso dei quali lui era maestro perch non guidava,
andavamo a camminare fuori citt, sulle colline oltre Po,
per funghi se era stagione, o a depauperare alberi da frutto
altrui, e questa era una sua perversa passione. La maroda
si chiamava questa attivit proibita, rievocazione della
sua infanzia contadina, cosa del tutto nuova per me, e
in cui lo seguivo con timida perplessit. Anche perch poi
quella frutta, conquistata con audace e rischiosa fatica, era
doveroso mangiarla, marcia o acerba che fosse.
Lui ora aveva la sua cattedra a Torino. La mia pendolarit
dur quattro anni, e per quattro anni siamo vissuti
cos, in un rapporto intermittente che si spezzava quando
io partivo per Venezia, e immediatamente si riallacciava
al mio ritorno a Torino. Che cosa facesse durante la
mia assenza non lo sapevo e non glielo chiedevo. Ero certa
che alla fine mi raccontava tutto. Come io raccontavo
tutto a lui.
Furono veramente gli anni pi felici della mia maturit;
gli anni in cui i due legami pi importanti per me allora si
approfondirono e rafforzarono. Primo tra i due quello con
mia madre.
Abitavo a pochi minuti di distanza dai miei, ma non in
casa loro. Erano rimasti soli nel grande appartamento, perch
i miei fratelli avevano entrambi la loro famiglia. Io resistetti
al debole tentativo di mia madre di riavermi in casa,
e lei stessa si convinse che era meglio cos. Nei miei
quattro giorni torinesi, dividendo opportunamente la mia
giornata, riuscivo ad avere tempo per tutto, per studiare
e lavorare, per vagabondare con il mio amico, per andare
a passeggio con mia madre. Anche per stringere nuovi rapporti,
soprattutto con alcuni pittori che divennero miei
amici, e un gruppo di galleristi, che tutti si ritrovarono nel
Fantasma di Mozart: perch inventare, quando nulla  pi
vario della umanit che incontriamo nella vita?
Tra i pittori che conobbi in quegli anni a Torino uno mi
colp in modo particolare: mi aveva chiesto di scrivere la
presentazione di una sua mostra, e quindi avevo avuto modo
di approfondirne l'opera, guidata anche dalle sue parole,
che mi avevano svelato una personalit molto complessa.
In certi quadri notavo una volont di esattezza descrittiva
spinta fino all'estremo, quasi da miniaturista. In altri
quell'esattezza lasciava il posto a una sorta di non finito, a
oggetti frantumati, ridotti in cocci, forme in dissolvenza.
Dalla serenit di un giardino perfetto si passava al groviglio
di rampicanti aggrappati a rovine o alla cupa solitudine
di bacche silvestri sparse su un foglio di carta macchiato
di muffa. Aveva molto successo quel giovane pittore, e
prometteva di averne ancora di pi in futuro. Ma fu
sopraffatto dal groviglio, dalla solitudine, dalla pulsione di
morte che appariva in alcuni suoi quadri, pulsione a cui
aveva tentato di resistere contrapponendole un principio
di ordine, la certezza delle linee chiare e ben definite, una
regola di vita e di lavoro. Che gli sfugg di mano.
Riguardo i suoi quadri che ho in casa mia, e mi domando
se non sia stato vittima della divaricazione tra l'essere
suo naturale e un dover essere che egli stesso si era
imposto.

 Capitolo 30.
Riflessione.

Forse avevo un'oscura intuizione che quel tempo felice
non sarebbe durato a lungo. Sentivo la morte incombere
sulla mia vita e ne ero profondamente turbata. Finora
la morte non mi aveva colpita da vicino, e inconsciamente
la temevo. Scoprivo a poco a poco che il pi
spensierato dei miei romanzi, I dodici abati di Challant, era
forse un tentativo di esorcizzare la morte, scherzandoci
sopra, lievemente e bonariamente. Ma Il fantasma di Mozart
fu tutto un discorso sulla morte. E sulla possibilit di
sopravviverle, o meglio, la possibilit che non vada perduto
nulla di quanto l'uomo fa in vita. E non parlo delle
grandi opere degli artisti, ma dei gesti quotidiani di ogni
persona, che interagiscono tra loro anche se non ce ne accorgiamo,
e vanno a formare quella coscienza collettiva che
ognuno di noi eredita all'atto del nascere, e forse anche
prima. Di questo fardello che ci sta sulle spalle e di cui non
siamo coscienti n responsabili, si acquista consapevolezza
a poco a poco, vivendo e facendo le nostre esperienze
individuali, che non sono mai disgiunte dalle azioni altrui,
di coloro che ci hanno preceduti, e ad esse si sommano in
una sorta di memoria collettiva, la nostra cultura.
La chiamo fardello, questa eredit che ci viene consegnata
a nostra insaputa, perch a volte la si sente come un
peso, e si cerca di distruggerla, di azzerarla. Gli antichi greci
immaginavano che le anime si liberassero del passato collettivo
immergendosi nel Lete, il fiume dell'oblio; il cristianesimo
sostitu al Lete il Giordano, e poi il battesimo.
Il fardello di cui si vuole liberare il neonato viene
metaforizzato nel peccato di Adamo. Che il rito abbia successo
 molto dubbio, e lo dimostra il numero di persone che soffrono
di un male oscuro e si sottopongono a terapie psicanalitiche.
- Perch dobbiamo essere considerati colpevoli del peccato
di Adamo, che non abbiamo commesso noi? - chiedevo
al mio professore di religione quando ero al liceo.
- Perch, come si ereditano dai padri le ricchezze, cos
si ereditano i debiti, - rispondeva il professore che era
laureato in teologia.
Ovviamente quella risposta non mi convinceva.
La risposta alla mia domanda che, formulata pi esattamente,
suona: Perch dobbiamo soffrire per le colpe
degli altri?, l'ho trovata nell'ultimo libro di Primo Levi,
I sommersi e i salvati, dove dichiara di sentirsi colpevole
per essere sopravvissuto ad Auschwitz. Che colpa poteva
avere dell'Olocausto lui, che ne era stato vittima? Per anni,
dopo la lettura di quel libro terribile, questa domanda
mi gir in testa senza che riuscissi a rispondervi. Infine
compresi che dell'Olocausto, come delle grandi colpe dell'umanit,
portiamo tutti il peso, anche se non ne siamo
responsabili e se, realmente, non avremmo potuto far nulla
per impedirlo. Ma indipendentemente dalla nostra responsabilit,
sentiamo il senso della colpa, un peso che ci
opprime e rischia di farci soccombere.
Per fortuna nella nostra esperienza collettiva non ci sono
solo elementi negativi, e lo dimostra lo stesso Primo
Levi in Se questo  un uomo, quando ripesca nella memoria
il Canto di Ulisse durante la corve per il rancio, e
in quel momento dimentica di essere un numero in un campo
di sterminio. E si ricorda di essere un uomo.
Ma nella Commedia non c' solo l'opera di Dante, c'
il coro dei suoi contemporanei, non soltanto fiorentini, e
di tutto un passato, senza il quale i versi che hanno salvato
la coscienza di un uomo ridotto a un numero non sarebbero
stati possibili. In quei versi sono presenti tutti i
gesti e le azioni, anche minime, di chi ha cotto il pane per
lui e gli ha permesso di vivere. Quei gesti e quelle azioni,
umili e in se stesse dimenticate, fanno parte del nostro patrimonio
culturale collettivo.
Con l'ampliarsi della sfera di conoscenza e comunicazione
delle vicende umane, che  il grande vanto dei nostri
giorni, si amplia anche l'ambito delle nostre colpe. I
genocidi commessi e che si continuano a commettere non
sono pi cosa che riguarda solo chi li opera: l'averne fatto
conoscenza ci coinvolge tutti nella colpa, anche se individualmente
non ne siamo responsabili. L'ampliarsi della comunicazione
dovrebbe condurre alla consapevolezza dell'esperienza
collettiva, nel bene e nel male, alla coscienza
che di tutto ci che si compie, di ogni nostra azione anche
minima, nulla va perduto e tutto confluisce nella memoria
che ci viene affidata come eredit inconscia all'atto della
nostra nascita.
Caro Giacomino, mio piccolo pronipote, che sei l'ultimo
nato della famiglia, anche tu, pur cos piccino, hai
il tuo zainetto sulle fragili spalle, ma non lo sai e non devi
saperlo. A poco a poco la vita te ne riveler il contenuto;
crescendo diventerai consapevole, attraverso le tue
esperienze, della tua storia, del tuo passato, della tua cultura,
che  quella della tua gente. Ci saranno cose che ti
faranno soffrire, e non saprai perch. Cerca di guardare
nel tuo zainetto e di capirne qualcosa. Ci sono anche cose
belle, che ti aiuteranno a superare quelle dolorose. Ma
non distruggerlo e non perderlo. Perch la tua cultura 
la tua anima.

 Capitolo 31.
Mia madre.

Come tutte le madri, mi dava consigli, soprattutto per
il comportamento sentimentale e sessuale: ero l'unica figlia
femmina e quindi rivolgeva su di me le sue attenzioni.
Io ascoltavo senza discutere. Ma quasi mai mettevo in
pratica i suoi suggerimenti: seguivo i dettami del mio intelletto.
Poi le raccontavo la mia disobbedienza, e lei
si rendeva conto che l'educazione sentimentale ognuno se
la deve fare da s. Capiva soprattutto che una generazione
non passa senza cambiare il modo di vivere e di pensare:
quello che forse andava bene per i tempi della sua
giovinezza, non andava pi bene per il tempo della mia.
Il vedere come mia madre si modificava insieme a me, cresceva
con me, mi leg a lei di un affetto profondo e indistruttibile.
Forse un rapporto analogo aveva anche con i
miei fratelli, ma io non posso saperlo.
Mia madre fu la mia migliore amica, anche se avevo, e
ho, amiche carissime tra le mie coetanee. Ma l'amicizia, la
confidenza con lei era qualcosa di diverso, insostituibile.
Anche ora che mia madre  morta da molti anni ne sento
la nostalgia, la mancanza. Pur avendo superato il trauma
della sua morte improvvisa, il dolore al limite della disperazione
stemperato dal tempo, pur potendo ora pensare a
lei con dolce commozione senza sentirmi stringere da un
nodo alla gola, mi pare di essere come defraudata di qualcosa
che mi apparteneva, quasi un albero a cui abbiano reciso
una radice.
Mi ero accorta che negli ultimi anni mia madre deperiva,
pur non avendo nessuna malattia. Le forze la stavano
abbandonando, le sue passeggiate diventavano sempre pi
brevi, il passo pi lento, la ricerca di una panchina su cui
riposare pi frequente e ansiosa.
Accadde alla fine di un settembre di rara bellezza, che
nel Tigullio conservava lo splendore dell'estate. Quella sera
partivo per Torino, per fare esami all'Universit e firmare
un atto presso un notaio. La salutai con un po' di apprensione.
Lei se ne accorse e mi disse:
- Che cos'hai? Guarda che non ho intenzione di morire!
Lasciami piuttosto i tuoi jeans scuciti, che te li metto
a posto, se no tu sei capace di andare in giro stracciata.
Stracciata non proprio, ma era vero che non avevo molta
cura del mio guardaroba, e non mi piaceva cucire. Le
lasciai i pantaloni sulla tavola e l'abbracciai, forse 
pi affettuosamente del solito.
L'indomani, dopo aver fatto esami tutta la mattina, intorno
alle cinque del pomeriggio sedevo nella sala d'aspetto
del notaio. A un tratto mi sentii soffocare da un'angoscia
tremenda, e capii che in quel momento mia madre
moriva. Me lo conferm, appena rientrata a casa, una telefonata
di mio padre, sconvolto da quell'improvviso cadere
per terra e rimanere esanime sul pavimento. Per sollevarla
e distenderla sul suo letto fu necessario attendere
l'arrivo della polizia e il referto del medico.
La stessa cosa sarebbe accaduta cinque anni pi tardi,
all'altra persona che avevo tanto amata, e che per allora,
quando mor mia madre, mi fu di grande aiuto e conforto
per superare quel momento, doloroso come un'amputazione.

 Capitolo 32.
Il bambino biondo.

Lo vidi entrare in fondo al vialetto che porta al mio
chalet, col passo un po' molle di chi ha giocato tutta la
mattina e torna a casa stanco. Poi alz lo sguardo e mi vide
sul terrazzo. Improvvisamente si mise a correre tutto
ridente e con i capelli al vento. Ma, arrivato sotto il terrazzo,
guard in su, e i suoi occhi si incupirono. Si sedette
in fondo alla scala e si mise a piangere. E io avevo capito
il perch.
- Ti metti i vestiti della nonna adesso? - grid con rabbia
tra i singhiozzi.
S. Mi ero infilata una giacca di lana di mia mamma, a
disegni grandi e molto colorati, e lui aveva creduto di vedere
la nonna, che la nonna fosse tornata in quella casetta
di montagna dove lui, fin dal primo anno di vita, aveva
trascorso il mese di agosto con me e i miei genitori.
Aveva sei anni allora, mio nipote, il figlio del fratellino
pi piccolo. Quando mia mamma  morta, glielo abbiamo
detto dopo la sepoltura, con grande cautela, perch
sapevamo tutti quanto fosse affezionato alla nonna. Ma
un bambino a sei anni non pu capire che cosa significa
morire, scomparire per sempre.
- Ma poi torna, vero? - era la conclusione di tutte le
nostre spiegazioni. E vedendomi con la giacca di mia madre
aveva creduto che la nonna fosse tornata.
Simone, mio nipote, ora  un giovanotto serio, anche
troppo. Ma a guardarlo bene si nota sul suo viso una piccola
increspatura sorniona, in cui sembrano essersi radunati
i ricordi degli scherzi che mi faceva quando era bambino.
Come quello di riempirmi d'acqua gli stivali da giardino
che io, entrando in casa, mi sfilavo sulla soglia e lasciavo
sul terrazzo. Il mattino dopo, prima di scendere in
giardino per il mio consueto giro di ispezione alle piante,
sfilavo i piedi dalle pantofole e, senza guardare, con gesto
meccanico li infilavo negli stivali di gomma. E un mattino
li trovai pieni di acqua fredda. Al mio urlo rispose una
risata dal bosco. Il giorno dopo, e per parecchi giorni, feci
molta attenzione a capovolgerli prima di entrarci dentro.
Non c'era niente. Finch un giorno, senza pensarci,
tornai alla mia vecchia abitudine di mettere i piedi nudi
negli stivali senza badarci. E di nuovo erano pieni di acqua.
E di nuovo al mio urlo rispose di molto lontano una
risata che voleva essere satanica. Ma venne la volta che
potei far valere il peso della mia esperienza.
- Zia Laura! Vieni a prendermi! Non sono pi capace
di scendere... - La vocina lamentosa arrivava dalle fronde
di una betulla, i cui rami apparivano smossi a circa quattro
metri da terra. Erano gi alte allora le betulle che avevo
piantato nel 1970. Ora sono altissime e bellissime. Ma
io non sono mai stata capace di arrampicarmi su un albero.
Il ramo dove era mio nipote, inoltre, era gi piegato
dal suo peso: se anche fossi stata cos brava da arrivare fin
lass, quel ramo non ci avrebbe retti tutti e due.
- Simone, stai calmo. Ora ti dico quel che devi fare per
scendere. Vai indietro sul ramo fin che tocchi col sedere
il tronco. Piano! Senza guardare in gi e senza girarti.
- Cos? Vado bene? - Scomparve alla mia vista nel folto
della betulla. Ma poco dopo riudii la sua voce:
- Sento il tronco dietro il sedere. Che cosa devo fare?
- Non mollare il ramo con le mani e cerca con un piede
un appoggio solido. L'hai trovato?
- S. E adesso?
- Aggrappati a un ramo pi spesso e cerca di voltarti
verso il tronco.
Tra uno sfrascare e l'altro l'operazione riusc, e a quel
punto il bambino ritrov i rami per mezzo dei quali era salito.
Quando salt a terra in una pioggia di foglie strappate,
mi guard incerto, e disse:
- Zia, sono un bel cretino.
- S, - risposi inghiottendo finalmente il nodo d'ansia
che ero riuscita a tenere nascosto. - E sarai anche pieno
di formiche, - aggiunsi scompigliandogli i capelli in una
malcelata carezza.
Venne poi un giorno in cui tocc a mio nipote soccorrermi,
anzi una notte, perch lui era gi addormentato al
piano di sopra quando io decisi di andare in bagno prima
di coricarmi. E rimasi chiusa nel gabinetto.
Avevo sentito un rumore strano quando avevo azionato
la maniglia, un piccolo capolavoro in ferro battuto lavorato
a mano. Un rumore di ferro. Ma non ci avevo fatto
caso: una costruzione in legno  piena di scricchiolii,
cigoli, quasi bisbigli... Ma allorch feci per aprire la porta,
la maniglia interna mi rimase in mano. Qualcosa di diabolico
era successo nella spessa parete dell'uscio, e a nulla
valsero i miei tentativi di reinserire il pezzo che tenevo
in mano nel buco vuoto.
Decisi di chiedere aiuto a mio nipote che dormiva sopra
la mia testa. Ma aveva il sonno pesante di un ragazzino
di dodici anni che ha giocato tutto il giorno. Cercai
una scopa o un bastone per battere sul soffitto, ma non
c'era. Infine, prima di rassegnarmi a passare la notte nel
gabinetto, piccolo e freddo, salii in piedi su uno sgabello
e cominciai a picchiare col pugno contro il soffitto. Ebbi
in risposta un allarmatissimo: - Aiuto, zia! C' qualcuno
che batte!
Non fu facile calmarlo e fargli capire che ero io a fare
tutto quel rumore, perch ero rimasta chiusa nel bagno.
Scese finalmente. Cerc di azionare la maniglia e gli rest
in mano.
- E adesso che cosa facciamo? - mi chiese Simone da
fuori: eravamo separati da una porta di legno piuttosto pesante,
ciascuno con mezza maniglia in mano.
Gli spiegai che doveva scendere a pianterreno e cercare
nello stanzino dei tubi la cassetta degli attrezzi del nonno.
La scala per era esterna, e io gi mi aspettavo l'obiezione.
Che infatti venne subito:
- Zia, io ho paura.
Lo convinsi che c'era la luna piena, anche se in realt
non sapevo se ci fosse, e che, in ogni caso, c'era una torcia
elettrica sulla mensola del camino. Lo sentii uscire,
scendere la scala esterna, aprire il portoncino a pianterreno.
Segu un lungo silenzio: evidentemente stava cercando
la cassetta degli attrezzi, e a me parve un tempo interminabile.
Finalmente udii il passo che risaliva la scala, e
la voce di mio nipote che diceva:
- Bada che dovr segare via tutto il blocco della serratura.
Rester un gran buco.
- Non importa, purch possa uscire di qui.
Udii prima martello e scalpello che picchiavano contro
la porta, e fu un lavoro lungo e faticoso. Poi vidi penetrare
nella fessura la punta di una sega, che rumorosamente
cominci ad andare su e gi. Altri colpi di martello e scalpello
per aprire la strada alla sega in orizzontale. Lavor
pi di un'ora il mio nipotino, e alla fine tagli via un quadrato
di legno dalla porta, e un pezzo dallo stipite dove
era rimasto incastrato il dente della serratura.
Quando lo abbracciai felice della libert riacquistata,
mi disse subito: - In compenso mi lasci costruire una casetta
su un albero -. Dovetti acconsentire. E per parecchi
giorni udii le martellate che piantavano chiodi nel
tronco del mio acero preferito. Sopportai in silenzio, anche
se ogni martellata la sentivo come infilasse un chiodo
nel mio corpo.
Non sapevo che l'incidente del gabinetto sarebbe stato
il primo di una breve serie di analoghe disavventure: sul
rapido Roma-Torino, una volta che tornavo dai lavori di
una commissione di concorso a cattedra universitaria, e mi
liber il capotreno con la sua chiave speciale, perch anche
li si era rotta la serratura; e nel castello dei marchesi
Incisa della Rocchetta, che sapevano come fosse difettosa
la chiusura del bagno, ma si dimenticavano di farla aggiustare.
Evidentemente rimanere chiusa nei gabinetti era
una parte accessoria del mio destino.

 Capitolo 33.
Non sapevo che sarebbe accaduto cos presto.

- Tu hai potuto amare veramente tua madre, - mi dicevi,
- e non sai che fortuna  questa.
- Non capisco, - rispondevo io, - se si ama molto una
persona, quando muore si soffre di pi. Io mi sono gettata
per terra a picchiare la testa sul pavimento quando ho
avuto la notizia che mia madre era morta.
- S, ma  un dolore che col tempo si placa, e il ricordo
lo supera,  un dolore buono. Se invece il rapporto che
avevi con la persona che non c' pi resta irrisolto, se non
le hai dimostrato tutto il tuo affetto, nasce un senso di colpa
che ti fa soffrire di un male oscuro, tanto pi tormentoso
quanto pi sotterraneo, e incomprensibile. Io lo conosco
bene...
Avevi ragione. Tu non eri mai riuscito a dimostrare a
tua madre l'affetto che avevi per lei, eri convinto di non
amarla, le attribuivi colpe che non aveva. Ma soprattutto
qualcosa ti bloccava di fronte a lei. Era come se vi separasse
un muro sottile, ma insuperabile. L'hai capito all'ultimo,
quando stava per morire, ed era troppo tardi: non
potevi darle pi nulla. Te ne  rimasto un oscuro tormento,
che ti ha portato per molti anni a cercare aiuto nelle
terapie psicanalitiche. Forse hai capito che era un senso di
colpa, ma non te ne sei liberato. Il groppo ti  rimasto dentro,
e ha continuato a roderti fino alla fine.
Ma non pensavo che sarebbe arrivata cos presto. Vedevo
i tuoi occhi azzurri, bellissimi, appannarsi a poco a
poco. Il tuo sorriso, che un tempo dissolveva per me nubi
e nebbie, farsi sempre pi raro, e triste. Vedevo tutto questo,
capivo che andavi verso la morte, ma non sapevo che
sarebbe accaduto cos presto.
Mentre il dolore per la scomparsa di mia madre si placava
e diventava un ricordo consolante, che mi permetteva
di rivolgermi a lei nei momenti di angoscia come in preghiera,
tu divenivi sempre pi cupo e silenzioso. Quando
ti chiedevo di dirmi che cosa ti faceva soffrire, tu mi rispondevi:
- Se potessi spiegartelo, non sarei malato.
Depressione chiamavano i medici la tua malattia, ma
nessuno sapeva come curarla. Ti prescrivevano antidepressivi
per il mattino, al fine di ridestare in te la forza di
vivere, placare la paura di affrontare la giornata che ti stava
davanti, darti il coraggio di fare le cose che un tempo
erano fonte di gioia. Come le lezioni ai tuoi studenti, con
i quali avevi sempre avuto un felice rapporto di amicizia,
che io ti invidiavo.
Ricordi? Parlavamo spesso del diverso atteggiamento
che avevamo nei riguardi degli studenti. Io in cattedra mi
sentivo come un attore sulla scena: mi rivolgevo all'uditorio
come a una platea, godevo del mio ruolo momentaneo
perch avvertivo quanto la mia lezione, fatta sempre
senza appunti n supporti scritti, fosse efficace. Alla fine,
soddisfatta del successo ottenuto, che sentivo anche senza
applausi, scendevo dalla cattedra e mi allontanavo seguita
dai mormorii degli studenti che prima tacevano, quasi
affascinati. A quel punto il mio rapporto con loro si interrompeva.
Tu invece ti intrattenevi con i tuoi allievi in una sorta
di amicizia che superava la soglia dell'ateneo e invadeva la
tua vita, la tua strada, la tua casa. E quando salivi in cattedra
per la lezione, ammesso che ci salissi, ti sentivi tra amici,
ti rivolgevi a chi pareva non capire le tue parole, li interpellavi
e dialogavi con loro. Quando uscivi dall'aula dopo
la lezione, ti seguivano per la strada: eri un vero maestro,
mentre io, al massimo, una brava docente. Nei vostri discorsi
si mescolavano accenni alla lezione con confidenze
sulla loro vita, problemi personali a ragionamenti sui libri
che consigliavi loro perch erano piaciuti a te e ritenevi che
anch'essi potessero trarne qualcosa di utile per l'esistenza.
Sapevi molto dei tuoi studenti e loro ti amavano.
Ora invece la lezione ti faceva paura, persino la presenza
degli allievi ti metteva in agitazione. Poco alla volta
avevi interrotto ogni rapporto: finita la lezione, non vedevi
l'ora di chiuderti in casa per stare solo, a tormentarti
con i tuoi fantasmi e stordirti con i calmanti prescritti
dai medici, fino a precipitare in un sonno artificiale che
non ti dava riposo. Staccavi il telefono perch non volevi
vedere n sentire nessuno.
D'altra parte, quando cominciasti a star male davvero,
tanto che non riuscivi a nascondere la tua fatica di vivere,
quando la vivacit dei tuoi modi, il sorriso e lo scherzo si
spensero sul tuo volto in una piega amara, quasi tutti gli
amici scomparvero dalla tua vita. Staccavi il telefono perch
volevi star solo, ma pi nessuno ti cercava. Avevi paura
di vivere, e il terrore di morire. E gli altri, che non sopportavano
la tua tristezza dal sentore di morte, ti lasciavano
volentieri solo.
Se non ti avesse ucciso una emorragia interna, improvvisamente,
un mattino mentre stavi per recarti all'Universit,
saresti morto suicida. Parlavi troppo spesso di suicidio.
Un giorno particolarmente triste mi dicesti, in modo
che appena potei udire: - Laura, perch non ce ne andiamo
insieme? - Pronunciasti quelle parole in un soffio, senza
guardarmi. Ti risposi abbracciandoti la testa e accarezzandoti
i capelli biondi, che rapidamente stavano diventando
bianchi.
Ti videro disteso per terra i coinquilini del vecchio palazzo
in cui abitavi, proprio di fronte al Conservatorio, attraverso
la porta che tu avevi gi aperto per uscire. Intervenne
la polizia. Io ti rividi all'obitorio.
Anche tu eri morto solo, anche per rimuovere il tuo corpo
fu necessario l'intervento della polizia, come per mia
madre. Anche tu hai lasciato nella mia vita un grande vuoto.
Ho ripensato le parole che mi avevi detto quando era
morta mia madre, e ho capito che avevi ragione. Ti amavo
veramente, ti ero stata vicina fino all'ultimo, fino alla
sera prima, la tua ultima sera di vita: eri venuto a cena da
me attraversando in taxi tutta la citt. Io avevo gi comperato
un appartamento in via Mazzini, a pochi isolati da
casa tua, per esserti vicina, per non essere costretti a quei
lunghi viaggi in taxi, la sera, per cenare insieme, o da me
o da te.
- Cos ci incontreremo a piedi per strada, qualche volta, -
avevi detto.
Ma non accadde, non fu possibile. Quando il mio appartamento
era pronto e io traslocavo per esserti pi vicina,
tu non c'eri pi. Entrai nella nuova casa con un groppo
alla gola. Ma ripensai le tue parole: avevo imparato ad
amarti senza riserve. Il mio dolore fu terribile e quieto.
Certo la vita ci ha privato della gioia di percorrere insieme
l'ultimo tratto della nostra strada, dopo che c'eravamo
finalmente incontrati, partendo da poli opposti, e modificati
l'uno sul modello dell'altro. Ora che potevamo procedere
mano nella mano, non solo per le strade di Torino,
era arrivata la morte. E io adesso ero veramente sola.

 Capitolo 34.
Vigilia di Capodanno.

E sola mi ritrovai nel grande appartamento al terzo piano
del palazzo ottocentesco di via Mazzini che avevamo
scelto insieme, poco prima che tu morissi. Sola la sera di
San Silvestro, quando si  obbligati a far festa con gli amici.
Ma io avevo voluto restare sola con te, con il tuo ricordo
e con il tuo ritratto.
L'avevo messo sulla scrivania, e sedevo pensando le tue
parole. La ferita bruciava ancora, era una lacerazione viva,
quasi mi avessero strappato un lembo di carne. Erano
passati nove mesi dalla tua morte, troppo pochi per rimarginare
una ferita cos profonda. Guardavo i tuoi occhi,
appannati nella foto scattata quando gi la malattia
aveva cancellato in te la gioia di vivere. Io invece volevo
ricordarli limpidi e ridenti, come un tempo, quando litigavamo
per la coda delle quaglie.
Era notte di festa, e tra gli scoppi dei mortaretti e i fuochi
d'artificio io, chiusa nel mio studio, presi un foglio di
carta e cominciai a scrivere la storia del giovane cavaliere
senza nome che, al momento di partire per la crociata in
Terrasanta, si accorge di essere innamorato di una giovanissima
novizia. E lei di lui. Quando torna al suo paese dopo
molti anni, lei  badessa del monastero, lui un'anima
sconfitta che risale dal regno dei morti. Ma l'amore non si
 spento, nonostante la separazione: a lei ha dato la forza
di rendere felici quelli che la incontrano, a lui di ritrovare
le emozioni della gioia dopo l'inferno della guerra santa.
Nasceva cos Il miracolo di santa Odilia.
 
Capitolo 35.
Perch Mozart e non Liszt?

- Perch Mozart e non Liszt? - La domanda risuon
nella sala della libreria affollata di gente venuta per assistere
alla presentazione del Miracolo di santa Odilia. Sul
palco io e i presentatori ci guardammo interdetti. Il romanzo
di cui si parlava era ambientato nel Medioevo, e
ovviamente nessuno dei due compositori era stato nominato.
La domanda dell'ascoltatore era senza dubbio fuori
luogo. Mentre tutti cercavamo di capire di dove venisse
girando la testa da una parte e dall'altra, la medesima voce,
chiara e forte, una bella voce, ripet:
- Perch Mozart e non Liszt?
- E questa volta la voce era accompagnata da una mano
alzata, una mano grande e ben fatta, inalberata in cima a
un lungo braccio teso. E subito un distinto signore si lev
in piedi e ripet la domanda per la terza volta, con un tono
che esigeva risposta. Contemporaneamente si vide il
braccio di una signora in pelliccia che cercava di far sedere
il proprietario della mano e autore della terribile domanda.
Invano.
Noi sul palco, imbarazzatissimi, cercavamo di capire
il motivo di quella strana richiesta, e alla fine io azzardai:
- Forse lei, signore, si riferisce al romanzo precedente,
che  stato presentato in questa sala, Ilfantasma di Mozart.
- Perch? Oggi di che romanzo si  parlato? - chiese
il signore aggrottando le sopracciglia. In quel momento notai
che aveva occhi scuri eccezionalmente belli.
Cos entr nella mia vita Raskolnikov, pianista, straordinario
per distrazione e caparbiet, difetti che scompaiono
di fronte alle sue doti di generosit e passione artistica.
Raskolnikov non  ovviamente il suo vero nome,
n come persona ha nulla del cupo personaggio di Dostoevskij.
Mi venne in mente di chiamarlo cos per la sua
irrequietezza costituzionale, per l'arruffamento dei capelli
ricci e scuri che sembrano assecondare l'accavallarsi dei
pensieri nella mente, per il suo eterno anelito a un po' di
tranquillit, facendo per di tutto, senza accorgersene, per
evitarla.
Che cosa era successo in quella sera fatale? Era successo
che, musicista in tutti i nervi e i muscoli del suo corpo,
era rimasto fermo alla presentazione del Fantasma di
Mozart, aveva assistito a tutta la chiacchierata sul Miracolo
di santa Odilia in perfetta assenza intellettiva, fisso alla
mia passione per Mozart, e voleva finalmente sapere perch
non provavo lo stesso interesse per Liszt. Avrei poi
capito, conoscendolo meglio, che alla sua natura appassionata
Liszt  pi congeniale.
Con lui entr nella mia vita sua madre, in cui rividi subito
l'immagine della mia, non perch si somigliassero, ma
perch il rapporto che li lega  simile a quello che mi legava
alla mia.
Nato musicista, iniziato giovanissimo all'attivit di concertista,
Raskolnikov attraversava allora un periodo in cui
l'amore per il pianoforte aveva subito una improvvisa, e
per me misteriosa, interruzione. Qualche tempo dopo, durante
una breve vacanza nella mia casetta di Challant con
sua madre, mi disse:
- Ti dispiace se faccio portare su un pianoforte?
E riprese a suonare.
 
Capitolo 36.
Pellegrinaggio a Strasburgo.

- Sei sicuro che stiamo viaggiando verso nord? - chiedevo
dubbiosa a Raskolnikov che sedeva alla guida della
sua BMW, sull'autostrada Berna-Basilea. S'era ai primi di
novembre, per Universit e Conservatorio erano gli ultimi
giorni di vacanza prima dell'inizio delle lezioni, e lui mi
aveva telefonato al mattino chiedendomi se ero disposta a
partire il giorno dopo per un blitz a Strasburgo. Chiamava
blitz tutti i viaggi a sorpresa, fulminei anche se non
brevi, comunque non programmati. Ci eravamo visti il
giorno prima e mi era parso perfettamente tranquillo. Inghiottii
il mio stupore per quella imprevista decisione notturna,
e chiesi:
- Perch a Strasburgo? - Erano le otto del mattino e
parte delle mie cellule grigie dormiva ancora.
- Ho letto la tua traduzione del Tristano e mi sono innamorato
del poema e del suo autore. Non ti pare doveroso
andare a vedere la citt dove  nato?
Non ricordo che cosa risposi, ma qualunque fosse la mia
risposta, il fatto  che il giorno dopo partivamo, lui, sua
mamma e io, molto allegramente, per la citt di Gottfried,
il mio preferito tra i poeti tedeschi del Duecento. In fondo
era un regalo che Raskolnikov faceva a me e alle mie
passioni letterarie.
Per il traforo del Gran San Bernardo passammo le Alpi
e scendemmo a Martigny. Nessuno di noi, neppure sua
mamma, che abitualmente  molto precisa, si era ricordato
che da quella parte non si scende direttamente in Francia,
ma c' di mezzo la Svizzera. Io, che mi occupavo degli
aspetti finanziari di quelle imprese, ero andata in banca
e avevo comprato una discreta quantit di valuta francese,
ma neppure un franco svizzero. Tutti e tre cademmo
dalle nuvole quando, alla biglietteria del museo Gianadda
di Martigny, ci sentimmo chiedere se non avevamo moneta
locale.
- Dio mio, siamo in Svizzera... - mormorai io. E solo
allora mi venne in mente che davanti all'ingresso del museo
sventolava una bandiera rossa con croce bianca in
mezzo.
Non so se l'impiegato della biglietteria abbia colto la
mia esclamazione, certo non pu essergli sfuggita l'espressione
stralunata delle tre facce che si trovava davanti. Con
mossa fulminea ritirai i franchi francesi che avevo messo
sul piano dello sportello e li sostituii con moneta italiana.
L'impiegato fece un rapido calcolo, secondo me non apprezzando
in modo giusto le nostre povere lire, e ci porse
i biglietti. La mamma di Raskolnikov non aveva capito
perch io non avevo voluto pagare in franchi l'ingresso al
museo.
- Quelli - risposi con una strizzatina d'occhio - dobbiamo
tenerli per le gourtnandises -. C'era infatti un patto
segreto tra me e suo figlio, di destinare alle pi note
specialit gastronomiche alsaziane tutti i franchi che nel
nostro soggiorno a Strasburgo avremmo risparmiato. E infatti
tornammo in Italia con il baule della bmw pieno di
formaggi, pt, terrines e vino spumante.
Da Martigny riprendemmo il viaggio verso nord, superammo
Berna senza uscire dall'autostrada, e filammo in
direzione di Basilea. Almeno cos credevamo. In effetti ci
fu un piccolo rallentamento per lavori in corso all'uscita
di Berna, ma la precisione svizzera non consentiva dubbi:
a ogni deviazione imposta dai lavori autostradali, una
freccia indicava chiaramente la direzione. Raskolnikov
procedeva veloce tra segnalazioni e transenne provvisorie.
Finch ci ritrovammo sul terreno sicuro dell'autostrada.
Era l'ora del tramonto, e il sole si era aperto un varco
tra le nubi, mostrando una luminosit tenue e rossiccia,
come per una ostinata volont di mandarci un saluto prima
di notte.
Io, che lo guardavo commossa come guardo sempre il sole
d'autunno, perch so che va declinando giorno per giorno,
a un tratto mi riscossi colpita da un dubbio: come mai
il tramonto ci stava davanti? E non alle spalle, come avrebbe
dovuto?
Fu allora che feci la fatidica domanda:
- Sei sicuro che stiamo viaggiando verso nord?
E la risposta venne subito, decisa quanto dubitosa era
la mia domanda:
- Sicuro. Abbiamo seguito le indicazioni stradali. Perch
me lo chiedi?
- Perch mi pare che in novembre, verso il solstizio
d'inverno, il sole tramonti spostato a sud, quindi dovremmo
averlo alle spalle, se  vero che andiamo verso nord.
- Non so che cos' questa faccenda del solstizio e del
sole che dovrebbe tramontare spostato a sud. A me a scuola
hanno insegnato che il sole sorge a oriente e tramonta a
occidente. Sud e nord non c'entrano. E noi dobbiamo andare
a nord.
Non risposi nulla, anche perch proprio molto sicura
delle mie cognizioni astronomiche non ero. Ma la mia aria
perplessa non dovette sfuggire a Raskolnikov, che volle
tranquillizzarmi:
- Fidati del tuo autista! E poi possiamo sempre chiedere
a qualcuno se  questa la direzione giusta per Basilea.
Era un rimedio a cui amava ricorrere: fermare qualcuno
sul ciglio della strada, di preferenza un contadino perch
secondo lui i contadini conoscono i posti, e chiedergli
se era quella la strada, ad esempio, per Frassinello o
Cantarana. Ma qui eravamo sull'autostrada che doveva andare
a nord, sul bordo non c'era nessuno ed era impensabile
fermare una delle automobili che ci superavano sfrecciando
veloci.
- La fortuna ci assiste! - grid a un tratto il nostro autista.
Alludeva a un omino che spazzava la ghiaia sul ciglio
dell'autostrada ammucchiandola fuori della corsia di emergenza.
Gli chiese, indicando la direzione in cui viaggiavamo,
se era quella giusta per Basel. Siccome l'altro lo
guardava in silenzio con aria stralunata, ripet Basel due
volte facendo il gesto con il braccio. Finalmente quello fece
un cenno con la testa, che lui interpret come affermativo,
e riprese il viaggio.
- Hai visto? Siamo sulla strada per Basilea, - disse tutto
trionfante.
Io guardavo il sole tramontare in un cielo vagamente
nebbioso davanti a noi, ed ero sempre pi convinta che
stavamo viaggiando verso sud. E infatti a un certo punto
si stagli nel cielo dell'autostrada uno striscione che diceva:
Benvenuti nell'Oberland bernese.
Tacemmo tutti mentre il nostro guidatore, raggiunto il
casello d'uscita, spiegava al sorvegliante che avevamo sbagliato
strada sul luogo della deviazione e dovevamo tornare
indietro. Quello senza dir niente ci fece fare una serie
di manovre per cui ci ritrovammo sulla via giusta. Con un
chiaro segno del braccio indic il nord, e disse: - Basel
Ripartimmo in silenzio.
Dopo qualche chilometro esplose l'ira di Raskolnikov
verso quel cretino che ci aveva indicato la direzione sbagliata.
La mamma di lui osserv:
- Sei sicuro che abbia capito bene? A me pareva un
turco...
Non credo che quella che mi  rimasta nella memoria
sia la vera Strasburgo, la citt dei nostri tempi. Il mio
sguardo era alterato dal ricordo di Gottfried, il poeta medievale
di Tristano e Isotta, che li era nato alla fine del dodicesimo
secolo, e l, in qualche castello di signori che lo
pagavano per tenere i conti di cassa e scrivere lettere, aveva
composto il pi bel poema del Duecento tedesco. Da
quella citt, allora di lingua tedesca e di cultura francese,
dove per le strade si udivano cantare le canzoni scritte da
Abelardo per l'amata Eloisa, si era portato dietro per tutta
la vita la loro infelice storia d'amore, trasferendola sui
personaggi della leggenda arturiana, e la libert di una cultura
impregnata di razionalismo, che nei suoi versi costruisce
una realt ideale, un cristianesimo senza censure
n dogmi, una fede libera da schemi prestabiliti, senza rimandi
alla trascendenza.
Girando per le strade di Strasburgo, visitando il duomo
gotico, il mio occhio selettivo non vedeva i turisti giapponesi
carichi di macchine fotografiche e cineprese, ma
uomini e donne vestiti all'uso duecentesco, ghirlande di
fiori appese alle porte delle fanciulle dai loro innamorati,
severi uomini di lettere paludati di nero, i clercs del tempo
antico, n religiosi n laici, come Gottfried, che nobile
non era, e doveva servire signori che tutti superava per
nobilt d'animo e altezza d'ingegno.

 Capitolo 37.
Morire e rinascere.

Forse  vero che si nasce una volta sola, ma nel corso
della vita si muore pi di una volta. Pi di una volta si precipita
nel buco nero della disperazione che io chiamo morte,
il pozzo buio in cui ci tiene incatenati la stanchezza di
vivere o un troppo grande dolore.
Ne ho fatto esperienza io stessa, due volte, quando sono
morte le persone che pi ho amato nella mia vita. E due
volte sono rinata. Sono riemersa a fatica dal buco nero della
non esistenza, non da sola, ma soccorsa sempre da qualcuno
o da qualcosa. Una mano tesa che mi ha aiutata a risalire
in superficie, per provare ancora il sapore della vita
e la gioia di esistere.
Non significa dimenticare, sfuggire il dolore, ma al contrario
accettare di soffrire, trasformare il ricordo di ci
che si  perduto in impulso a vivere e continuare ad amare.
Sono molte le cose e le persone che contribuiscono a
questo rinascere, e di parte di esse non abbiamo consapevolezza.
E forse resteranno sempre nell'ombra. Ma con
amorosi sensi alcune le riconosciamo, e allora dobbiamo
stare attenti a non farcele sfuggire. La vita schiude,
ma non spalanca, molte porte. Dipende da noi saperle
scorgere e aprirci un varco nell'esistenza. Per tornare a far
parte del mondo dei vivi. Anche se sappiamo per esperienza
che nulla  pi precario del vivere umano.
Io sono rinata perch ho incontrato Raskolnikov. Ma
se non avessi posto attenzione a quella mano alzata, del
tutto inopportunamente, durante la presentazione del Miracolo
di santa Odilia, o mi fossi offesa per il bizzarro atteggiamento
del suo proprietario, nulla sarebbe accaduto,
e io sarei rimasta nel limbo della non esistenza.
Con Raskolnikov entr nella mia vita la sua, e fu di nuovo
l'impatto di due mondi, ma non cos opposti come con
il mio primo amico. Fu la bizzarria, l'estrosit, l'imprevedibilit di un artista, con le esaltazioni e gli abbattimenti,
le speranze e le delusioni che anch'io conoscevo da sempre,
ma smorzate e temperate, in me, da un'indole riflessiva,
da una razionalit forse innata, ma accresciuta dall'esperienza.
Un vetro opaco di fronte a un cristallo. Il cristallo
 pi splendente, ma molto pi fragile.

 Capitolo 38.
Tourne a due.

I due compirono alcune tourne in Germania, dove lei
era da qualche anno invitata a promuovere, come oggi
si dice, i suoi romanzi tradotti in tedesco. Alla chiacchierata
di lei veniva accoppiato un recital per pianoforte. Lui,
l'esecutore. Gli ascoltatori, buoni intenditori di musica come
sono spesso i tedeschi, apprezzavano il concerto molto
pi che la conversazione con la scrittrice.
Per vincere la fragilit di lui, lei dovette assumere lo
spessore della roccia. Quando nell'imminenza del recital
lui diceva: - Io prendo il treno e me ne torno a casa, - lei
era costretta a rispondergli: - Fai pure. Ma ci dovrai andare
a piedi, perch i soldi li tengo tutti io.
Si rendeva conto del panico che assale quasi sempre un
solista prima del concerto, ben diverso dall'emozione di
chi si accinge a fare una chiacchierata, sia pure in tedesco,
pi che altro per rispondere alle domande del pubblico,
il quale ovviamente cerca sempre di abbreviare i discorsi
per godersi la musica. E questo riusciva sempre benissimo,
soprattutto quando Raskolnikov, dopo essersi
riscaldato mani e cuore nei primi accordi, si abbandonava
all'onda armonica, frutto di innato talento e assiduo
studio. E passione.
Incominci un nuovo periodo della mia vita, tutto imperniato
sulla presenza di Raskolnikov, un rapporto insolito,
che non avrei mai immaginato possibile. Mi trascin
nel suo ambiente mondano, conobbi i suoi amici - ne ha
moltissimi -, in una specie di atmosfera dorata, spesso in
apparenza. Era il mondo degli artisti, a cui partecipava con
la consapevolezza della fragilit che ogni rapporto vi assume.
Era un mondo che io non avevo mai conosciuto, di cui
avevo avuto qualche sentore grazie all'organizzazione della
mia casa editrice, che nel periodo di maggior splendore
invitava scrittori e critici a cene in ristoranti di lusso per
festeggiare l'uscita di qualche libro particolarmente importante
o un avvenimento di rilievo. Ora ci stavo in mezzo,
tra personaggi di valore o mediocri, ma sempre ammantati
di un'aura di grande cultura. Fu il periodo pi
mondano della mia vita, da cui ci ritraevamo spesso, lui e
io, per recuperare il terreno solido della nostra realt.
In questi momenti era essenziale la presenza di sua madre,
la quale aborriva la mondanit, pur essendo una donna
colta e raffinata che certamente quel mondo aveva conosciuto
in giovent, quando era vivo il marito. In quelle
vacanze dalla mondanit ci rifugiavamo a Challant, oppure
a Villafranca d'Asti, dove Raskolnikov e sua mamma si
stavano costruendo una casa di campagna, comoda, bella
ed elegante, sul cucuzzolo di una collina.
 
Capitolo 39.
La casa in collina.

Non dimenticher mai la prima volta che ci recammo
tutti e tre verso sera sulla collina del futuro, come io la
chiamavo. La costruzione nuova non era ancora incominciata.
Nel luogo dove era prevista c'era una vecchia casa
di contadini, quattro muri e una tettoia che sporgeva di
lato formando una specie di riparo, forse per il fieno. Tutta
la collina era coltivata a mais: quando arriv rombando
la BMW di Raskolnikov sul piazzale antistante la casa, si
videro lepri fuggire spaventate dal folto dove stavano banchettando
con le pannocchie tenere appena formate.
Mentre Raskolnikov e sua mamma consultavano il progetto
disteso sul cofano dell'automobile, io gironzolavo attorno
alla vecchia casa esplorando tutto molto attentamente,
come mi piaceva fare in campagna, dove era difficile
che un filo d'erba sfuggisse al mio sguardo. Infatti
scoprii dietro la casa un vecchio alberetto di quelle piccole
prugne blu che in Piemonte chiamano ramasin. Ne colsi
una bella manciata e la portai, come frutto della mia
esplorazione, ai costruttori assorti nel loro progetto.
Continuando l'indagine da quella parte scovai i resti di
un orto abbandonato: infatti la casa era disabitata da tempo.
Ma sgattando tra le erbacce che lo avevano invaso scorsi
cespi di radicchio rosso, divenuti enormi inselvatichendo,
bietole anch'esse cresciute fuor di misura nella selva
che le circondava, germogli di zucchini nati da semi o da
antiche radici, piante di senape nera e grandissimi cavoli
che emergevano per altezza al di sopra di tutto il resto,
sventolando le larghe foglie lacerate dal vento come vecchie
gloriose bandiere.
Tirai fuori di tasca un sacchetto di plastica, che non
trascuro mai di portarmi dietro quando vado in campagna,
e lo riempii di quelle verdure inselvatichite: scelsi dai radicchi
le foglie pi tenere lasciando indietro il cuore, presi
tutti i germogli di zucchini, tanto ormai la stagione era
troppo avanzata perch potessero formarsi i frutti, foglie
di bietole e di cavolo. Raskolnikov rise quando gli mostrai
il mio raccolto, sua mamma invece con una carezza mi disse
brava. Forse con poca convinzione.
Fu una scommessa. Due giorni dopo infatti li invitai a
casa mia, e misi in tavola una zuppa fatta con quelle erbe
selvatiche, con aggiunta naturalmente di cipolle e patate
e una melanzana come ho imparato in Liguria. Era veramente
buona, e fu molto apprezzata: tutte le verdure, e in
particolare il cavolo, avevano acquistato inselvatichendo
maggior sapore. Il radicchio rosso lo servii tagliato molto
fine e dopo averlo lasciato a dimorare qualche tempo in
acqua fredda perch perdesse un po' dell'amaro, condito
con olio e sale, senza aceto ma con un uovo sodo spezzettato
dentro. Avevo una certa esperienza di verdure selvatiche,
fatta percorrendo in primavera le colline del Tigullio,
e conoscevo tutti gli erbaggi buoni di quei posti, che
ne sono particolarmente ricchi.
- Questa figlia un giorno o l'altro ci avvelena, - diceva
mio padre quando io preparavo una delle mie zuppe di
erbe selvatiche. Ma non c'era pericolo, perch le sperimentavo
tutte in corpore vili, cio sul mio, assaggiandole
prima crude, in modesta quantit. E, sia detto a mio
onore, anche se qualche notte stentavo a prendere sonno
nell'attesa di reazioni negative, non ho mai avuto neppure
un lieve mal di pancia.
Quando ero ospite nella casa in collina, non pi del futuro
ma del presente, andavo a raccogliere ai bordi delle
vigne le cimette di valeriana appena spuntata dopo l'inverno
e ne riempivo dei sacchi di plastica; poi la mangiavamo
tutti e tre insieme, con o senza uova sode, ed era infinitamente
pi saporita di quella coltivata.
Ma, tornando alla prima incursione sul luogo della casa
del futuro, fui distolta dalla mia esplorazione a causa di
una luminosit per me nuova, un tramonto di tarda estate
quale non avevo mai veduto: a mano a mano che la stella
del giorno scendeva dietro le colline, queste si profilavano
sulla linea dell'orizzonte, sempre pi nitide come il
sole si sottraeva allo sguardo inabissandosi dietro di loro.
E il cielo era tutto percorso da una tenera luce ocra che,
investendo la parete grigiastra della vecchia casa, la accendeva
di riflessi rosati e traeva dall'ombra un antico ramo
di rose selvatiche illuminandone i fiori sbiaditi e polverosi
che neppure io avevo saputo scorgere.

 Capitolo 40.
Piante e lepri.

Altri ne avrei visti di quei tramonti, sempre diversi e
sempre bellissimi, nelle visite alla casa che a poco a poco
cresceva. Fu per madre e figlio un impegno assiduo di un
anno circa, poich non solo avevano disegnato il progetto,
poi firmato da un architetto, ma sceglievano personalmente
i materiali, recuperando tegole e mattoni anneriti dal tempo,
si che la casa nuova assumeva l'aspetto di un vetusto
casale di campagna, come quelli che i signori di citt si facevano
costruire in passato per la caccia o per trascorrervi
l'estate. Anche la struttura, ora che  finita, rende l'impressione
di una comoda dimora d'altri tempi, con un portico
a sud-ovest e una tettoia dal lato opposto, che la congiunge
a una casetta pi piccola destinata al custode.
Andavo con loro talvolta al pomeriggio a veder crescere
e formarsi la casa, e tenevo d'occhio il portico di sudovest,
che sarebbe stato il mio preferito, dove si poteva
mangiare la sera e dove saremmo stati seduti tante volte a
guardare il tramonto nelle lunghe sere d'estate. Il sole si
spostava impercettibilmente, dopo il solstizio, da occidente
a meridione, e io ne seguivo il percorso di albero in
albero, di collina in collina, mentre i fiori, dopo la fiammata
del crepuscolo, impallidivano in giardino fino a spegnersi
nel buio. In quel momento il loro profumo giungeva
pi acuto alle nostre narici, quasi ultimo addio prima
della notte. Su tutti vinceva il gelsomino di Spagna, i cui
piccoli calici foravano il verde della pianta avviticchiata
alle colonne del portico.
Mi piaceva molto osservare questo trascolorare delle
cose, della terra e degli alberi, nelle sere d'estate, quando
sedevamo tutti e tre sotto il portico, scambiando qualche
rara parola, ognuno immerso nei propri pensieri. E il silenzio
non ci era molesto.
Se mi svegliavo durante la notte, mi affacciavo al balcone
della mia camera a guardare il cielo stellato se era ancora
buio, o un gruppo di leprotti rossicci seduti in circolo sotto il ciliegio selvatico, quando i frutti maturi cadevano
dai rami: banchettavano tranquilli, o se erano sazi si
godevano la frescura del mattino, per poi sparire nelle loro
tane oltre il fossato.
Molto graziosi. Per quando piantai dietro la casa piccola,
accanto al muro, un germoglio di vite vergine che era
nato spontaneo in un vaso di fiori sul mio balcone di via
Mazzini, e lo trovai il mattino dopo raso a livello del terreno
dai loro denti, cominciai a nutrire per quegli animaletti
una vaga antipatia. Raskolnikov mi consol facendomi
osservare che la vite vergine ricresce velocemente. Infatti,
dopo qualche giorno, dalla radice erano spuntati tre
germogli, molto pi spessi e robusti di quello nato sul mio
balcone. Li guardavo con grande compiacimento e li bagnavo
tutte le sere.
- Avevi ragione, - dissi mostrandoli tutta contenta al
mio amico, - sono tre e molto pi robusti del primo -. Scavai
un poco il terreno intorno perch vi si raccogliesse anche
l'umidit della notte.
E i germogli crescevano bene: in una settimana avevano
raggiunto i dieci centimetri d'altezza e forse pi. Ma
un mattino, quando mi recai sul posto per la mia ispezione
quotidiana, li trovai di nuovo rosicchiati fino alla radice.
- Maledette lepri! - urlai indispettita. - Adesso vi aggiusto
io! Vado a comprare una trappola e vi cucino in
umido.
Avevo gridato in un accesso d'ira e tutti mi avevano
udita. Non so se avrei poi messo in atto la mia minaccia,
anche perch non avevo nessuna idea di dove si potessero
comprare trappole per lepri. E se esistessero. E se avrei
avuto il coraggio di storpiare quelle bestiole. No, non l'avrei
avuto, anche se in quel momento le odiavo con tutto
il cuore.
Ma Raskolnikov, che mi aveva udita, si preoccup per
l'incombente lepricidio. Senza dirmi niente prese un pezzo
di rete metallica che aveva in cantina e vi avvolse la radice
della vite vergine. Quando vidi quel monumento eretto
al nulla, mi venne da ridere. Ma apprezzai le sue buone
intenzioni e l'affetto che mi dimostravano.
- Vedrai che rinascono, - mi disse serio, alludendo ai
germogli.
Sono rinati. E cresciuti rapidamente. In settembre la
parete posteriore della casa piccola era ricoperta da un fitto
reticolato di vite vergine: certo pi di tre rami, gi
rosseggianti nell'attesa dell'autunno.
Nella prima foschia di ottobre, quando le foglie ancora
resistevano al vento delle colline, la parete bianca della
casetta si vedeva di lontano per quel rosso acceso che
sembrava forare la nebbia.
Ora mi dice Raskolnikov che i rami hanno coperto tutta
la parete e stanno dando la scalata al tetto. Spero di vederli,
forse, la prossima estate.

 Capitolo 41.
Villafranca d'Asti.

Nella casa di Villafranca cominciai a soggiornare saltuariamente,
per brevi periodi, prima ancora che fosse finita,
o meglio, prima ancora che fosse sistemato il giardino. Immenso,
tutto digradante intorno alla costruzione. Gran parte
fu lasciata a coltura di erba medica, o a prato, in cui si
pu passeggiare; sul davanti della casa un vasto piazzale
ghiaioso con piante di oleandri in grandi vasi di coccio. La
zona destinata ai fiori  quella prospiciente il portico di sudovest,
esposto al sole per quasi tutto il giorno, riparato dai
venti di settentrione dalla massa della casa, e prediletto da
noi, amanti del tramonto: nelle lunghe sere intorno al solstizio,
quando ero ospite nella villa, si stava seduti sotto il
portico fino a mezzanotte, a guardare, scambiare qualche
parola, ascoltare la musica che Raskolnikov suonava al pianoforte
a coda e che usciva per finestre e porte aperte.
Ricordo il giorno in cui giunse un autocarro carico di
alberi gi grandi, con le radici avvolte in una grossa zolla
di terra tenuta insieme da una spessa rete. Venivano da un
vivaio di Chieri e mi fu spiegato che le piante erano coltivate
gi con il sacco di rete, in modo da essere sempre pronte
per il trapianto. Mentre assistevo molto interessata alle
operazioni di messa a dimora, dirette dalla mamma del mio
amico, in un momento in cui venne a sedersi vicino a me
per riposarsi osservai che quegli alberi erano troppo grandi
per il trapianto e secondo me correvano il rischio di non
attecchire. Mi rispose con una frase che forse avrei dovuto
prevedere:
- Figlia mia, io sono vecchia, e mettendole pi giovani
non farei in tempo a vederle grandi.
Quella stessa frase l'avevo udita da mia madre, quando
a Challant piantavo nel mio giardino abeti non pi alti
di un filo di gramigna. Invece nei tredici anni che ancora
era vissuta aveva fatto in tempo a vederli crescere, e
raggiungere, dopo le malattie dei primi anni, l'altezza di
due, tre metri. Certo se li potesse vedere come sono oggi...
Ma io non li avevo comperati in vivaio, li avevo avuti
in regalo dalla forestale, dove periodicamente devono
sfoltire le piantine nate dai semi.
Anche la mamma di Raskolnikov avrebbe potuto vederli
crescere, perch da quel giorno sono passati pi di
dieci anni.
Quando soggiornavo a Villafranca mi piaceva occuparmi
della cucina, soprattutto se c'era qualche ospite a
pranzo. Ricordo un coniglio alla genovese, con aglio, rosmarino,
finocchio selvatico e olive liguri, quelle piuttosto
amarognole, tirato a cottura con vino bianco secco. Fu un
successo, che consolid la mia fama di buona cuoca.
I brevi periodi che trascorrevo in casa di Raskolnikov
sono un ricordo tra i pi felici. Non ero mai vissuta in campagna,
con un orto dietro casa, e avevo sempre desiderato
averlo. A quello, bench non fosse mio, avevo libero accesso
e al mattino, appena uscivo di casa, correvo a vedere
che cosa era maturato nella calda notte estiva, coglievo
i fiori di zucchini appena aperti, ancora profumati, sollevavo
le larghe foglie pungenti per controllare che non fosse
stato dimenticato qualche frutto, coglievo pomodori e
insalatina prima che il sole riscaldasse troppo le tenere foglie
avvizzendole. Poi vagabondavo per il resto del giardino,
e solo quando il caldo si faceva intenso mi ritiravo a
scrivere nella frescura sotto la tettoia, non prima di aver
fatto una visita alla zona dei fiori, prediletta dalla mamma
del mio amico. E l quasi sempre la incontravo, intenta
a mondare le sue piante dalle foglie secche, dai fiori
appassiti, da qualche erba impertinente: presenza solenne e
benefica in quell'idillio campestre. Dall'alto giungevano
le note del pianoforte di Raskolnikov, che parevano guidare
la mia mano sul foglio di carta.

 Capitolo 42.
Transizione.

Ero entrata in una nuova vita. Me ne resi conto a poco
a poco e ne provai stupore misto a disagio: questa nuova
vita, e le persone che ne facevano parte, avevano medicato
la mia pi recente ferita, quella provocata dalla
morte del mio lui dagli occhi azzurri. Non che avessi
dimenticato, no, ma la sua morte non era pi un'amputazione,
una piaga viva. Quando ripensavo a lui, provavo
una quieta malinconia, tenera come un sereno tramonto.
Quella serenit che negli ultimi anni non trovava mai,
e forse nemmeno voleva, quella serenit che pure i suoi occhi,
quando erano ancora limpidi, immediatamente ispiravano
a chi sapeva coglierla, ora la sentivo in me, quasi
dono postumo dell'uomo che avevo tanto amato. Cos forse
viveva in me dopo la sua morte, influiva sulla mia esistenza
regalandomi una dolce quiete malinconica.
Fu in quei giorni, nella pace delle colline, nei blandi
tramonti di tarda estate goduti sotto il portico, che nacque
l'idea del racconto Gli occhi dell'imperatore, metafora
di un mutamento avvenuto nel profondo della coscienza,
di un dolore che nella memoria si trasforma in conforto
a vivere e ad accettare quello che di positivo la vita
propone.
Il romanzo usc nella primavera del '93, e ricordo con
piacere la festa per la consegna del Premio Rapallo, un festeggiamento
sontuoso che si protrasse per diversi giorni
e mi diede una gioia insolita, diversa da tutti i premi precedenti:
forse perch a Rapallo mi sentivo a casa mia, essendo
la citt a pochi chilometri da Cavi e a me ben nota,
forse perch si era in maggio e il tempo era splendido,
tanto che, nelle ore libere dalle varie cerimonie connesse
al premio, andavo a camminare sul lungomare non ancora
invaso dalla folla estiva, sotto le grandi palme che offrivano,
gi allora, ombra gradita e protettiva dai raggi
del sole.
Forse, ma questo l'ho pensato dopo, perch quella sarebbe
stata l'ultima vera festa della mia vita, l'ultima a cui
potevo partecipare da sola, libera di andare dove volevo,
di camminare, correre, nuotare. Ricordo che, prima ancora
che terminasse l'ospitalit nel grande albergo sul lungomare,
salii su un treno locale e andai nella mia casa di
Cavi, a coronare la vacanza con passeggiate solitarie per
la collina o sulla spiaggia deserta, dove gi s'iniziavano i
lavori per l'installazione degli stabilimenti balneari.
Fu la mia ultima estate di vita prima della malattia e
della conseguente invalidit. Terminati gli impegni universitari
scappai a Cavi, godendo avidamente del sole e
dell'acqua, di tutto ci che la vita pu dare, il mare, la collina,
gli amici, che durante l'estate ritrovavo dopo mesi di
assenza. All'inizio di agosto, quando le spiagge vengono
invase da folle eccessive, come tutti gli anni, mi ritirai in
montagna, nella mia casa tra gli alberi, dove talvolta mi
facevano compagnia Raskolnikov e sua madre.
L portai a termine il mio ultimo lavoro di germanistica,
una storia della letteratura medievale, Da Carlo Magno
a Lutero, che negli ultimi anni era stata la mia materia d'insegnamento
e su cui avevo lavorato gi a lungo traducendo
le opere che pi mi piacevano. Credevo, quando mi ero
accinta a scriverla, di averla tutta in mente, e che sarebbe
stato solo un lavoro di assemblaggio di cose gi fatte. Non
era vero. Mi resi subito conto di quanta differenza passi
tra un saggio, sia pure approfondito e completo, e la storia
di una letteratura, in cui non si possono trascurare i periodi
apparentemente di scarso rilievo, ma che pure costituiscono
il collegamento indispensabile tra le grandi opere,
il terreno spoglio in cui germogliano i semi che diventeranno
le belle piante fiorite, da me tanto amate e studiate.
Fu un lavoro faticoso, e forse ebbe non piccola parte
nella malattia che si abbatt su di me alla fine dell'estate.

 Capitolo 43.
Incubo.

La prima avvisaglia della malattia incombente l'ebbi alla
fine di settembre, dopo un mese di mare, sole e nuotate
in cui pensavo di aver annegato la fatica di quel libro a
cui stavo lavorando da pi di due anni e che era quasi terminato.
Accadde un giorno di mare in tempesta: dopo una
mattinata passata in spiaggia a guardare le onde frangersi
al largo e avvolgersi su se stesse in un'arcata di spuma, con
i miei amici di Genova decidemmo che al pomeriggio saremmo
andati a fare la spesa a Lavagna percorrendo l'antica
via romana, il cui tracciato si snoda a mezza costa della
collina.  una bella passeggiata di circa quattro chilometri,
lontana dal traffico della via Aurelia, tra pinete,
uliveti e vigneti, in mezzo ai quali si aprono ampi spazi in
vista del mare. Lungo il cammino ci accompagna quel giorno
il rombo della burrasca, e noi ci fermiamo a guardare
dall'alto con la curiosit sempre nuova di chi ama veramente
il mare.
S'era deciso che al ritorno, carichi delle provviste comprate
al supermercato di Lavagna, avremmo preso l'autobus
che percorre la via Aurelia e saremmo tornati a casa
senza eccessiva fatica. Io abitavo in fondo a un vialetto di
fronte alla fermata dell'autobus e i miei amici poco pi in
alto sulla collina.
Era stata una passeggiata piacevole, allegra, appena venata
di quella sottile malinconia che sempre ci prendeva
alla fine dell'estate, nei nostri ultimi incontri prima della
brutta stagione, al pensiero di rinchiuderci nelle nostre
citt, Torino per me, Genova per loro. Lavagna ci accolse
con i suoi antichi portici freschi e umidi, dopo la camminata
al sole. Era gi tardo pomeriggio, e ci infilammo
speditamente nel supermercato.
L'aria condizionata ci diede una sferzata fredda, e io
percepii un lieve disturbo alla gamba sinistra. Non un dolore,
neppure minimo, ma una strana sensazione di separatezza,
come se quella gamba, che pure obbediva perfettamente
agli impulsi del cervello, non fosse mia. La
toccai con la mano: la sensibilit era normalissima. Uno
degli amici, avendo notato il mio gesto, mi chiese che cosa
avessi:
- Niente, - risposi, - solo mi sembra di camminare con
la gamba di un altro.
- Sar la stanchezza, - osserv lui, - o forse il passaggio
dal caldo al freddo. Questo condizionatore  un po' eccessivo;
rischiamo di prenderci un raffreddore.
Per quella volta tutto fin cos: facemmo la nostra spesa
e andammo a prendere l'autobus per tornare a Cavi.
Solo ogni tanto il mio pensiero si impigliava in quella sensazione
strana che, non so perch, mi insospettiva. Tuttavia,
arrivata a casa, salii senza nessuna fatica i quattro
piani di scale per raggiungere il mio attico e quando fui
seduta sul terrazzo di fronte al mare dimenticai gamba e
disturbo.
La mattina dopo era sparito, n lo sentii pi in quegli
ultimi giorni che trascorsi a Cavi. Tornata a Torino, mi
venne il desiderio di andare a vedere il mio giardino in
montagna, e ci andai con il fratello maggiore. I larici cominciavano
a ingiallire, mentre nell'erba spuntavano tra
le rocce i primi colchici, messaggeri d'autunno. In alcuni
punti del giardino l'erba era cresciuta un po' troppo, e con
la mia falciatrice la rasai, felice di lasciare il prato in ordine
prima dell'inverno, e di andare su e gi per il pendio
senza sentire il fastidioso disturbo che mi aveva un po' angosciata
al mare.
Dopo qualche giorno trascorso serenamente a guardare
la montagna di fronte, il cui manto boschivo si colorava
gi delle tinte autunnali, mentre anche le mie betulle
cominciavano a disseminare le foglie lievi in un tappeto
dorato al piede dei tronchi, con gli occhi ancor pieni di
tanta bellezza, lasciammo Challant e tornammo a Torino.
Era giunto ottobre, e la citt aveva gi assunto il consueto
aspetto autunnale, con le prime brume infoschite dall'inquinamento
atmosferico. Improvvisamente il mio disturbo
si rifece sentire. Ma questa volta con insistenza
maggiore, e continua.
Ottobre era il mese delle gite nelle Langhe organizzate
da associazioni culturali, con risvolti gastronomici. Il
mese pi adatto alla bellezza dei luoghi, alla sapidit della
cucina langarola accompagnata dal tenue calore del sole
d'autunno. Ero sempre invitata a partecipare a quelle
gite, insieme ad amici e altri scrittori. Qualche volta si univa
a noi anche Raskolnikov.
In quelle circostanze si verificarono alcuni fatti per me
inquietanti. Durante la visita alla biblioteca di un paese,
forse l'inaugurazione, incontrai un ragazzo angosciosamente
ripiegato sulla sedia a rotelle spinta dalla madre, la
quale offriva in vendita copie di un libro scritto da suo figlio.
Comprandone una chiesi alla donna che cosa avesse
il ragazzo. - Un male terribile, - mi rispose, e la disperazione
che vidi sul suo volto mi imped di approfondire con
altre domande.
Qualche giorno dopo eravamo invitati, Raskolnikov
e io, a una premiazione nel castello di Masino, vicino a
Ivrea. Si premiava un viticultore che aveva raggiunto risultati
particolarmente eccellenti nella produzione del Barolo.
L'anziano signore era su una sedia a rotelle e spieg
al pubblico che, non potendo pi girare per le vigne a causa
dell'invalidit che lo aveva colpito, si era dedicato a disegnare
le etichette per le sue bottiglie, etichette personalizzate,
spieg, perch erano tutte diverse l'una dall'altra.
Quel signore sembrava aver accettato serenamente
la sua invalidit.
Discendendo il pendio dal castello al parcheggio delle
automobili, dovetti appoggiarmi al braccio di Raskolnikov.
Non volli dare importanza alla mia difficolt nel camminare,
ma intanto ricordavo che, quando ero in ospedale a
Venezia, ricoverata in neurologia, vedevo spesso una giovane
donna che veniva a farsi visitare sorretta da entrambe
le parti. Muoveva i piedi come un automa, come non
fossero suoi avevo pensato. - Sclerosi multipla, - rispose
a una mia domanda un'infermiera, - un male per cui
non si muore, ma che impedisce di vivere.
Tornata a casa cercai il lemma sull'enciclopedia, e mi
convinsi che ero sul punto di ammalarmi di sclerosi multipla.
Lo dissi al mio medico, il quale sorrise incredulo: - 
una malattia che colpisce i giovani tra i venti e i quarant'anni.
Tu quell'et l'hai gi passata.
Tuttavia, affinch mi potessi liberare da quell'incubo,
mi mand da un neurologo. Che concord con il mio medico,
ma avendo forse notato qualche anomalia nelle prove
a cui mi sottopose, per eccesso di prudenza mi ordin
iniezioni di cortisone. Fu tutto inutile. Cominciai a zoppicare,
a sentire il bisogno di reggermi col bastone, a cadere
ogni tanto senza alcun motivo. Vedendomi in quello
stato il mio amico mi invit a trascorrere qualche giorno
a Villafranca, nella speranza che aria buona e affettuosa
compagnia mi potessero guarire.

 Capitolo 44.
La caduta.

L'idillio della mia tarda estate si infranse quando un attacco
di sclerosi multipla mi lasci per qualche giorno completamente
paralizzata. Il caso volle che accadesse durante
quel soggiorno nella casa di Villafranca, alla fine di ottobre,
dopo un mattino in cui, quasi presentendo quanto
mi sarebbe accaduto, avevo ripercorso i sentieri del giardino
e della collina, come per prendere commiato dai luoghi
che amavo. In realt pensavo che non vi sarei tornata
fino alla primavera successiva, perch era ormai autunno,
presto sarebbe scesa la nebbia, poi pioggia e neve, e io prevedevo
di rintanarmi nella casa di via Mazzini, a breve distanza
dall'Universit, dove lavoravo. E avrei ripreso la
solita vita cittadina.
Invece un giorno, come mi alzai da tavola finito il pranzo,
caddi per terra e non riuscii pi a muovermi. Mi accorsi
che tenevo sollevata con una mano la tazzina dove
avevo bevuto il caff, per evitare di romperla cadendo, e
la mia mano era tanto irrigidita su quel manico sottile che
Raskolnikov e sua madre faticarono ad aprirla. Poi le mie
percezioni si annebbiarono: sentii che mi trascinavano,
con l'aiuto di una ragazza che serviva in casa, su una poltrona.
Fu chiamato un medico, il quale ordin l'immediato
ricovero in ospedale, e io lasciai la villa in autoambulanza.
Al mio arrivo in clinica a Torino trovai i miei fratelli
che mi aspettavano, avvisati per telefono dal mio
amico. Fu un duro colpo per tutti.
In clinica rimasi due mesi e mezzo: i primi tempi dovevo
essere imboccata come un neonato, perch il cervello non comandava neppure i movimenti delle mani. Come
una sorta di maledizione, appena cominciavo a riprendermi
e a recuperare la parola e i movimenti delle braccia e
delle mani, un nuovo accidente mi riabbatteva nell'impotenza:
dieci giorni circa dopo il ricovero dovetti subire una
operazione urgente all'addome; quando stavo per superare
anestesia e intervento, sopravvenne una broncopolmonite
con versamento pleurico. Tra la cura intensiva di cortisone,
gli antibiotici e non so quant'altri medicamenti,
avevo sempre flebo nelle braccia e nelle mani. Mi raccont
pi tardi Renata, la mia infermiera, che dopo l'operazione,
non sapendo pi dove infilare l'ago della flebo perch
le vene dei polsi e delle braccia non lo trattenevano pi -
come carta velina erano diventate, mi diceva Renata -, me
lo infilarono in una vena del piede. Forse  una cosa frequente,
ma a me parve orribile.
In quel periodo della mia vita che furono i primi giorni
in clinica, quando la mia percettivit era molto ridotta
e non riuscivo nemmeno a formulare una frase, la presenza
dei miei fratelli, mia cognata e i nipoti forse mi imped
di lasciarmi andare al non essere, di rinunciare alla
fatica di risalire in superficie. Non so che cosa si provi
quando si sta per annegare, perch non mi  mai capitato,
ma ricordo che in quei giorni provavo qualcosa di simile
all'annegamento: annaspavo per tenermi a galla, per
non sprofondare in quello stato di non essere che attentava
alla mia esistenza. Ma tutto questo richiedeva fatica,
una fatica che a volte mi pareva inutile.
Una immagine illuminava quei giorni oscuri: l'indomani
del mio ricovero, Raskolnikov e sua madre sedevano
nelle poltroncine ai piedi del mio letto, in silenzio, e io cercavo
di consolare il dolore che traspariva dai loro volti con
un sorriso muto, che forse non mi riusciva neppure bene.
Furono queste presenze amiche, di persone amate, parenti,
anche colleghi, che mi venivano a trovare e stavano
in silenzio perch io non riuscivo a sostenere una conversazione,
queste presenze mute dalle quali sentivo emanare
simpatia e affetto, che mi diedero il coraggio di non morire.
 
Capitolo 45.
Ritorno alla vita?

Vera disperazione provai quando un fisiatra della celebre
clinica in cui ero ricoverata, del quale non dimenticher
mai il nome, ma che per bont mia non riveler, disse
al fisioterapista indicando me:
- A questa insegni solo a manovrare la sedia a rotelle,
tanto con le gambe non c' niente da fare.
Forse pensava che non udissi, invece ero gi uscita, allora,
dallo stato di smarrimento in cui mi trovavo in principio;
udivo e ragionavo normalmente, e usavo mani e
braccia reimparando a scrivere. Ma quando udii quelle parole,
la condanna alla sedia a rotelle per tutta la vita, confesso
che avrei voluto morire. E per qualche tempo l'idea
del suicidio si fiss nella mia mente come un chiodo.
Eppure sentivo che le mie gambe erano ancora vive, anche
se non potevo muoverle, e per girarmi su un fianco
avevo bisogno dell'aiuto della mia infermiera. Fu proprio
la mamma del mio amico, alla quale non sfuggiva nulla,
che vide muoversi leggermente il lenzuolo sui miei piedi,
e subito esclam:
- Laura! Hai mosso il piede destro!
Era vero. Il piede destro cominciava a rispondere, qualche
volta, agli impulsi provenienti dal cervello. Appena fu
libero un posto in un istituto di riabilitazione, il Don
Gnocchi a cui sono debitrice della mia rinascita, vi giunsi
in autoambulanza.
Il giorno stesso del mio arrivo mi misero in piedi, sostenuta
da un lato da un fisiatra e aggrappata dall'altro a
una sbarra: sentivo le gambe che cedevano perch la muscolatura
era fuori uso, ma ripetendo quell'esercizio tutte
le mattine mi rimisero in piedi, e piano piano mi insegnarono
a muovere i primi passi.
Mentre camminavo faticosamente tra le parallele, mi
venivano in mente i primi sforzi dei bambini per reggersi
in piedi, la difficolt di coordinare i movimenti delle gambe,
la loro gioia a ogni successo. Tutto si ripeteva in me
adulta, anche la gioia, limitata tuttavia dalla consapevolezza
che ogni mio sforzo e progresso nel tenermi ritta e
muovere le gambe sarebbe stato sempre condizionato agli
appoggi di cui mi devo servire: senza il mio deambulatore
non potrei andare da nessuna parte, e anche con quello i
miei spostamenti sono molto limitati. La gioia dei bambini
nel muovere i primi passi da soli e nell'accorgersi di tenersi
ritti racchiude in s la certezza, anche se inconsapevole,
che quello che fanno  l'inizio di una lunga serie di
passi e passeggiate. La mia gioia era oscurata dalla consapevolezza
che si trattava di un recupero solo parziale.
Il giorno in cui rientrai nella mia casa di via Mazzini fu
una festa per tutti. Intanto vi tornai in macchina e non in
autoambulanza, come voleva mio fratello Roberto. Fu un
vero braccio di ferro tra me e lui. L'audace ragazzo che
era andato a Porto Maurizio in bicicletta, era diventato
col matrimonio e le responsabilit paterne iperprudente e
protettivo: non voleva che affrontassi la fatica di arrivare
al sedile dell'automobile col deambulatore, e poi come
avrei potuto salire i tre piani di scale della mia casa priva
di ascensore?  pur vero che all'istituto di riabilitazione
mi avevano anche insegnato a salire le scale, ma non tre
piani di un palazzo dell'Ottocento.
Poich mio fratello non voleva arrendersi e aveva gi
prenotato l'autoambulanza, mi rivolsi al fisiatra che dirigeva
l'istituto, il quale disse soltanto:
- Non vorr farci fare la brutta figura di uscire di qui
in barella, dopo tre mesi che la vedo camminare?
Cos partii in macchina con mio fratello alla guida e la
mia assistente seduta dietro. Arrivata ai piedi della famosa
scala, trovai il fratello minore e il fidanzato di mia nipote,
i pi robusti a disposizione, con una sedia su cui volevano
farmi sedere per portarmi su di peso. Li allontanai
dicendo:
- Non mi fido di voi. Sareste capaci di farmi ruzzolare
per una intera rampa.
E mi avviai su per le scale, aggrappandomi al mancorrente
con la sinistra e al braccio della mia assistente con la
destra. Arrivai al mio appartamento un po' affaticata, 
vero, ma subito rincuorata dal suono del pianoforte:
Raskolnikov mi accoglieva con le note della Marcia turca di
Mozart e una enorme amarilli posata sul piano dello strumento.
 
Capitolo 46.
Scontro con il computer.

Bench avessi recuperato bene l'uso delle mani - mi ero
esercitata nei tre mesi in istituto risolvendo parole incrociate,
di cui sono appassionata - gli amici mi convinsero
che per risparmiare tempo e forze dovevo comprarmi un
computer. A dire il vero, lo comprai solo per usarlo come
macchina da scrivere, dal momento che sono abituata a
scrivere tutto a mano e poi, finita la revisione, battere il
testo corretto. La mia ultima macchina da scrivere era in
pieno disfacimento: funzionava con astuti accorgimenti
inventati da me, come elastici e clips; e di nuove quasi non
se ne trovavano pi in vendita.
Cos comprai il computer, un grazioso apparecchietto
portatile non pi grande di un libro. Appena aperto mostrava
l'idillica immagine di un laghetto tra un folto di canne,
che mi faceva venire sempre in mente l'aria dei ministri
Ping, Pong, Pang verso la fine della Turandot. Ma era
un inganno. Appena si accendeva il computer, l'immagine
spariva lasciando il posto a una serie di indicazioni precedute
dalla parola menu. Anche questo era un inganno,
perch non era affatto la lista di un ristorante su cui
fare le proprie scelte, ma una serie di operazioni tra le quali
esercitare il diritto di opzione. In basso a destra stava
acquattato un disegnetto simile a una freccetta mal fatta,
che dal libretto delle istruzioni risult essere azionata da
un aggeggio detto mouse. La mia mentalit filologica mi
suggeriva che volesse dire topo, ma non somigliava affatto
a un topo. Perch chiamarlo allora topo? E perch sprecare
la parola menu per indicare una serie di percorsi possibili,
mentre a tutti, quelli almeno della mia generazione,
evoca uno dei momenti pi graditi di un incontro al ristorante
con amici, l'esame di quella carta delle vivande offerte
dalla casa all'appetito di chi si siede a tavola preparandosi
a un buon pranzetto? E alla sola lettura pregusta
ci che sceglier, consultandosi anche con i commensali,
scambiando le proprie esperienze? E poi, in base alla scelta
dei cibi, decider per il vino, e non semplicisticamente
bianco o rosso, ma di gusto adatto a ci che si mangia, affinch
i sapori dei cibi si esaltino mescolandosi a quelli del
vino, armoniosamente. E intorno al tavolo si intrecciano
lievi discorsi, si rinsaldano vecchie amicizie forse gi smagliate,
se ne creano di nuove, il tutto condito dal sapore
dell'attesa e dai profumi che vengono dalla cucina. Una
volta c'erano anche vecchie osterie di campagna, inglobate
in un tessuto ormai cittadino dall'espandersi dell'abitato,
in cui si poteva scegliere pane con salame oppure con
le acciughe al verde, tipica squisitezza piemontese che
effondeva un forte aroma di prezzemolo e aglio: ce n'era
una in pieno centro, I tre scalini si chiamava, perch per
entrarvi si dovevano scendere tre scalini. Gi da tempo
non c' pi, io ci andavo con... Ma lasciamo perdere, cose
passate, cose d'altri tempi, o di altre vite.
Ora sono qui, sola davanti al mio computer, e anche il
laghetto dei tre ministri della Turandot  sparito. Comincio
a destreggiarmi seguendo le istruzioni dell'apposito
libretto, ma dopo tre clic sono tornata al punto di partenza,
cio al falso men. Certo ho sbagliato qualche cosa,
ma che cosa? Guardo l'orologio: per arrivare a questo
risultato ho impiegato pi di un'ora. E anche la freccetta
 sparita.
Comincio a pensare che questo aggeggio non abbia simpatia
per me; forse si  offeso per le mie divagazioni mentali,
per le mie associazioni di idee con cose molto semplici
e banali, per il mio gingillarmi con pensieri stravaganti,
mentre lui, il computer,  abituato evidentemente a concezioni
serie del tempo e al mito della velocit - forse anche
nel campo del cibo accetta solo il fast food.
In seguito a una mia richiesta di soccorso, si avvicendano
alla scrivania una serie di istruttori, che si esibiscono
in spericolate manovre per arrivare a estrapolare dalle
molteplici possibilit offerte dal menu l'unica che serve a
me: la scrittura. Io li guardo straniata e stravolta soprattutto
quando, forse per un inconscio fondo di sadismo, si
lasciano andare a dimostrazioni per me inutili e avveniristiche,
come il cambio dei caratteri, delle spaziature, nonch
la possibilit di fare correzioni o sostituire interi passi.
Uno arriva a elencare, a proposito del piccolo oggetto
che abbiamo davanti, tutta una serie di possibilit future,
presentandomele come miracoli della tecnica elettronica.
Pronuncia persino la parola Internet. Sento crescere in
me un insolito sentimento: l'odio.
Tutti, andandosene, mi lasciavano un foglio con le
istruzioni elementari, sommariamente descritte. Io confrontavo
quei fogli e constatavo che non ce n'erano due
concordanti. Decisi di riprovare da sola. Feci errori. Ricominciai
da capo pi volte. A un certo punto devo aver
fatto qualcosa di orribile, perch apparve sul display una
scritta infamante: Avete sbagliato tutto.
Capii che era sottintesa la frase andatevene e non riprovateci
pi. Obbedii. Ma, atteso qualche minuto per
far cessare il tremito che agitava le mie mani, e l'irritazione
dell'oggetto che si intuiva dalla scritta sdegnata con
cui mi aveva respinta, decisi di riprovare.
Riaprii pian piano lo strumento sperando che il suo risentimento
fosse stato sopito dalla mia assenza momentanea,
e che quella frase insultante avesse lasciato il posto
all'ormai familiare men, se non addirittura al laghetto
della Turandot. No. La frase insultante era ancora l. Richiusi
immediatamente e rivolsi all'oggetto un discorso vibrante
di sdegno:
- Ricordati - dissi con tono severo - che io sono il soggetto
e tu l'oggetto, io do i comandi e tu rispondi, e se sbaglio
non hai il diritto di offendermi. Ti ho comperato e anche
pagato. Non scordarlo mai.
E per quel giorno non mi avvicinai pi al computer.
Speravo che nella notte riflettesse sulle mie parole, e venisse
a pi miti consigli. In termini pi realistici, speravo
che il pasticcio da me combinato pigiando tasti sbagliati si
risolvesse da solo; in qual modo, non saprei dire. Intanto
riflettevo che quell'aggeggetto, in apparenza innocuo e a
disposizione delle mie dita, si dimostrava nella realt capace
di sopraffarmi, reagendo a un mio errore, o a pi di
uno, con impertinenza inaudita. Mi sfior persino l'idea
che avrebbe potuto farmi andare fuori di testa, e mi preoccupavo
di avergli rivolto la parola, sia pure in un momento
d'ira.
La mattina seguente mi avvicinai silenziosamente con
la mia sedia a rotelle, quatta quatta, per sorprenderlo all'improvviso,
forse ancora nel sonno, e sollevai il coperchio.
La scritta infamante era ancora l. Richiusi in silenzio
per evitare che quell'ammasso di ferraglia, anzi di plastica,
insinuasse altre cattiverie a mio riguardo, e regalai
il computer a mio fratello.
Non ne seppi pi nulla. Mi comprai una macchina da
scrivere elettronica, per la ragione che manuali o semplicemente
elettriche non si trovavano pi in commercio. Dopo
le prime incomprensioni, dispetti da parte sua, risentimenti
da parte mia, adesso andiamo abbastanza d'accordo.
Scrivo tutto a mano, con una delle mie molte biro: ne
ho un cassettino pieno, e scelgo secondo l'umore o quello
che devo scrivere, biro nera per le cose serie, blu per quelle
meno serie, rossa per la correzione delle bozze, le aggiunte
sul testo e cose del genere. Poi, quando il pezzo mi
sembra abbastanza a posto, definitivo, lo batto a macchina,
armata di pazienza, piuttosto annoiata, facendo attenzione
a non sbagliare tasto, a non fare errori, e nel caso
ne facessi, ad andare avanti come se nulla fosse per correggere
poi a mano. So benissimo che esiste la possibilit
di cancellare e riscrivere con la macchina stessa. Ma mi
sembra troppo pericoloso.
E se quella si offende?

 Capitolo 47.
Percorso di adattamento.

I primi tempi dopo il mio ritorno a casa furono dominati
dall'euforia. Ritrovare le mie cose, potermi muovere
con il deambulatore per tutto l'appartamento, che era molto
spazioso, mi dava l'illusione di essere quasi normale.
Nei pochi mesi in cui restai nella vecchia casa di via Mazzini,
uscivo qualche volta facendo i miei tre piani di scale
al braccio della mia assistente, e con il bastone e il medesimo
braccio facevo qualche passo in strada.
Il disagio pi grande era che non potevo vivere sola, ma
dovevo avere in casa sempre una persona in qualit di assistente,
donna di servizio, cuoca. S, anche cuoca, perch
a me le mani servivano per reggermi al deambulatore, e
senza mani non si pu cucinare.
Finch rimasi nella vecchia casa potevo per sovrintendere
alla preparazione del pranzo, perch la cucina era
abbastanza spaziosa e arrivavo anche a mettere il naso nei
tegami quando ce n'era bisogno. E ce n'era bisogno, perch
i cibi preparati da mani inesperte erano sempre o troppo
crudi o bruciati. Pi spesso bruciati, avendo le assistenti
l'abitudine di accendere dei fal in luogo della fiammella
che fa sobbollire lo stufato nel suo letto di verdure, o rosolare
l'arrosto senza bruciare il rosmarino.
La mia infelicit gastronomica raggiunse il colmo quando
mi trasferii nell'appartamento di via Garibaldi, dove
c' un ascensore, sia pure lungo e stretto, con una strozzatura
in mezzo che gli d una strana forma di farfalla: l'ascensore
era diventato indispensabile per una serie di strappi
muscolari in corrispondenza della vita, che mi avevano
procurato anche una dolorosissima sciatalgia. L'artrosi latente
si era risvegliata, e con essa caddero tutte le mie speranze
di recupero dei movimenti perduti. Soprattutto di
riuscire a camminare da sola con il mio bastone.
Tra le altre limitazioni, una delle pi penose fu per me
il non potermi pi avvicinare ai fornelli, ai quali prima,
bene o male, riuscivo ancora a sovrintendere. La cucina 
troppo piccola, col deambulatore non ho accesso alla zona
cottura, posso solo pelare le patate e mondare i carciofi.
Quest'ultimo  un lavoro riservato esclusivamente a me,
perch le mie assistenti hanno paura di pungersi con le spine,
dal momento che a Torino arrivano soprattutto i carciofi
prodotti in Sardegna, che sono spinosi. In tale campo
ho raggiunto una manualit eccezionale: riesco a mondare
quindici carciofi in poco pi di un'ora, e come Dio
comanda, piegando e sbucciando le foglie dure, dopo
aver tolto le pi esterne, in modo da arrivare al cuore del
fiore senza aver sciupato nulla e avendo eliminato tutte le
parti coriacee. Questo  molto importante per la preparazione
della mia famosa zuppa di seppie con carciofi.
La trasmissione di ricette alle mie assistenti, l'esercizio
continuo del mio senso olfattivo attraverso la finestra che
separa la cucinetta dal soggiorno dove io passo le mie giornate,
sono le uniche cose che mi distinguono da una specie
di aiutante in sottordine.
Ho sempre rimproverato a madre natura di avermi dato
un naso troppo grande per il mio viso, ma ora ne riconosco
anche i vantaggi: capta bene tutti gli odori, da quello del soffritto abbandonato in un lago di olio, a quello di
una rosolatura troppo veloce in cui il rosmarino brucia o
addirittura si carbonizza. Quando il mio naso, che ho imparato
a stimare, mi avverte che oltre la parete si stanno
compiendo dei delitti gastronomici, alzo la voce e intervengo
con tutta la mia autorit di padrona di casa. E attraverso
lo spiraglio sempre aperto della finestra interna
tra soggiorno e cucina avverto che il soffritto, quasi mai
di sola cipolla, ma sempre di verdure miste per lo spezzatino
o lo stufato, va fatto appassire e non friggere, magari
con l'aggiunta di vino secco, rosso o bianco secondo la
carne che deve accogliere. E allorch questa viene messa
nel tegame, deve crogiolarsi da tutte le parti prima di essere
tirata a cottura con brodo o acqua mista a vino, accuratamente
coperta e a fuoco basso. Il principio base 
che per cucinare in modo accettabile non si deve aver fretta.
Ma questo alle mie governanti, quasi sempre straniere,
non sono mai riuscita a farlo capire.

 Capitolo 48.
Riflessione seconda.

Forse per consolarmi delle mie privazioni, sono andata
accentuando gli aspetti umoristici nei miei romanzi, nei
quali tuttavia una vena in tal senso era sempre stata presente.
D'altra parte ora scrivere  l'unico modo che mi resta
per divertirmi, e ne ho bisogno, non posso farne a meno.
Mi sono divertita soprattutto scrivendo
i miei pseudo-polizieschi.
Ora per ho sentito il dovere di scrivere qualcosa di
me, e questo non  n facile n sempre divertente. Sono
riemersi tanti ricordi, felici e dolorosi, cose che non erano
state dimenticate, ma giacevano sopite come sotto strati
di polvere, o sepolte sotto cumuli di esperienze diverse.
Non so perch, ma dopo aver lasciato libero corso alla fantasia,
sento il bisogno di comunicare qualcosa di me, della
mia realt, senza velami.
 pur vero che io ero presente, in misura maggiore o
minore, anche nei romanzi di invenzione, persino nei cos
inverosimili Casi del capitano Flores, ma soprattutto in
quelli a sfondo medievale, nei quali la trasposizione in tempi
e mondi diversi mi permetteva di raccontare esperienze
mie dietro una specie di paravento protettivo. D'altra
parte so benissimo che non possiamo inventare niente, che
la realt supera ogni immaginazione, e che il verbo creare
nel suo vero significato non si addice alle opere umane.
L'uomo pu manipolare il suo mondo, le proprie esperienze
secondo i suoi intenti, anche pescando in quel bagaglio
dell'inconscio collettivo che ha ereditato all'atto
della nascita e addirittura del concepimento, e credere in
buona fede di aver inventato qualcosa di nuovo, ma nella
migliore delle ipotesi non  che l'elaborazione di esperienze
altrui che in qualche modo raggiungono la sua mente.
Attraverso queste rielaborazioni il bagaglio ereditato
si amplia, e questo  il margine di creativit concesso all'uomo.

 Capitolo 49.
Il mio mare.

Lo guardo dall'alto del terrazzo di Cavi, e ripenso quando
la sera, a quest'ora, scendevo in spiaggia per l'ultimo
bagno della giornata.
L'acqua mi accoglieva tiepida e calma dopo che la brezza
di terra aveva spianato le onde sollevate dallo scirocco.
I bagnanti se ne tornavano a casa frettolosi per la cena,
mentre io nel crepuscolo ancor lungo di tarda estate nuotavo
silenziosa cercando di non turbare la superficie del
mare su cui placida si stendeva l'ultima luce del tramonto.
Nuotavo verso occidente per cogliere le variazioni della
luminosit che si faceva sempre pi fioca, fino a sfumare
nel violetto, il mare color del vino di cui parla Omero. E
io mi sentivo Ulisse in cerca della sua pietrosa Itaca, ancora
lontana e nascosta.
Quando il mare era mosso, ripensavo all'eroe davanti
all'isola dei Feaci: l'onda mi trascinava verso la scogliera
alta e impervia, ma io non l'assecondavo per non lasciare,
come lui, la pelle delle mani sulla pietra scabra e tagliente.
Aspettavo un momento di stanca nel mare in tempesta
e coglievo un'onda pi molle che mi depositava sulla riva
quietamente. E qui la finzione terminava, perch io non
nuotavo nell'Egeo, e non c'erano scogliere tra me e la salvezza,
ma una domestica spiaggia del Tigullio. E io non
ero Ulisse.
Sorrido a questi ricordi, e la nostalgia morde meno feroce
nel cuore.

 Capitolo 50.
Sprazzi di gioia.

Non  un sogno. E proprio vero! Sto camminando al
braccio di Raskolnikov con le mie gambe. Pi le sue, perch
a lui mi reggo. Pi il mio fido bastone nella mano destra.
Al matrimonio di mia nipote Lucia con Fabrizio non
sono voluta venire in sedia a rotelle, ma adoperando le mie
gambe.  un grande sforzo, ma ad arrivare fino alla sala
del ristorante ce l'ho fatta. Ora sono seduta tra il mio amico
e l'assistente peruviana, a un tavolo rotondo con vista
sugli sposi. Sono molto allegri, li vedo ridere a crepapelle.
Ride anche mio fratello, il padre della sposa, forse per la
felicit di essere finalmente uscito dal turbinoso periodo
dei preparativi, che avevano assunto la drammaticit di
una campagna di guerra e avevano coinvolto, non so perch,
anche lui. Quando riuscivo a parlargli per telefono,
qualche volta la sera, diceva invariabilmente:
- Sono distrutto. Beata te che non hai figli.
Ora ride contento e brinda con gli sposi, con i genitori
di Fabrizio, con noi che sediamo a qualche tavolo di
distanza. Mi guardo attorno: mio Dio! Quanti sono gli
invitati! Ci immergiamo nell'analisi del men cercando
di capire che cosa si nasconda dietro le strane definizioni
da ristorante di lusso. Poi cominciamo a bere e diventiamo
allegri. Io dimentico le mie preoccupazioni per il
ritorno.
Ora invece sto viaggiando in macchina con mia cognata
Germana, una sua amica alla guida, la mia assistente e
la sedia a rotelle piegata nel portabagagli. Andiamo ad Asti
per assistere a un concerto di musica sinfonica, con grande
orchestra, coro, e Raskolnikov al pianoforte solista. Il
concerto ha luogo nella cattedrale di Asti e mi sono portata
la sedia a rotelle per il timore di non trovar posto a
sedere e perch voglio essere in prima fila. Voglio godermi
la vista del mio Raskolnikov in frac, guardare le sue
mani muoversi sulla tastiera e salutarlo per prima quando
si volter a ringraziare il pubblico. Eccolo che arriva. Si
gira rapidamente per frenare gli applausi d'entrata, ma non
mi ha vista.  sempre molto nervoso prima di un concerto,
per mi sembra meno agitato di quando facevamo le
nostre tourne in Germania. Che la mia attuale condizione,
il mio margine di impotenza, si trasformi in sicurezza
per lui? Ne sarei felice.
Il concerto  un successo, gli applausi non finiscono pi.
Usciamo prima che si spengano perch dobbiamo tornare
a Torino e il viaggio nella notte  lungo. Io e la mia assistente
entriamo in casa all'una e ceniamo con un piatto di
spaghetti al pomodoro preparati in precedenza e fatti saltare
in padella. Siamo tutte e due felici per l'impresa compiuta.
Io per il successo del concerto.
Sala del Piccolo Regio piena all'inverosimile. Molte
persone non hanno trovato posto e sono rimaste in piedi
nell'atrio per seguire lo spettacolo dai diversi monitor inseriti
nelle colonne. Va in scena il mio pezzo teatrale Notte
con Mozart, che avevo scritto tempo addietro per una
compagnia francese di attori cantanti. Avevo lavorato vivendo
un paio di settimane con loro in un castello semidiroccato
in mezzo ai boschi delle Cvennes. Me lo aveva
chiesto il loro regista, che aveva letto il mio racconto
Amad sul soggiorno giovanile di Mozart a Torino. Era la
mia prima esperienza di teatro, e aveva voluto che la compissi
insieme ai futuri interpreti. Un'esperienza molto interessante
e divertente: io scrivevo le parti, come dire?,
sulla pelle degli attori, sulla loro sensibilit e personalit,
che mi si erano rivelate subito dopo la prima cena fatta
insieme. Al pomeriggio, chiusa nella mia camera, scrivevo
una scena. Il mattino dopo si provava. Subito si capiva che
cosa funzionava e che cosa no. Il merito maggiore era di
quel giovane regista bravissimo. Sceglievamo insieme le
arie dalle opere di Mozart secondo le possibilit vocali degli
attori, che non erano cantanti di professione, per riuscivano,
provando e riprovando singolarmente con l'accompagnamento
di una pianista, a eseguirle bene. Durante
le prove di canto io me ne andavo a spasso nel bosco in
cui era immerso il castello, curiosando tra gli alberi e i cespugli,
facendo attenzione a non smarrire il sentiero e a
tornare precipitosamente verso casa quando scorgevo tracce
di cinghiali. Alla sera si cenava tutti insieme a un lungo
tavolo ai margini del bosco, e ognuno offriva quello
che aveva preparato. Essendo estranea alla compagnia,
non mi era stato difficile cogliere i diversi rapporti che legano
persone che vivono molto tempo insieme, invidie e
suscettibilit, amicizie e inimicizie, permalosit e altre caratteristiche
di ognuno. C'era un attore, per esempio, di
bellissima presenza, molto bravo nella recitazione, ma che
non sapeva cantare, o meglio non aveva una voce adatta
alle arie di Mozart. D'accordo con il regista introdussi un
personaggio che con Mozart e la sua vita non aveva avuto
nessun rapporto per motivi cronologici, ma che a tal punto
ammirava il compositore da aggiungere ai suoi due nomi
anche quello di Amadeus: lo scrittore tedesco Ernst
Theodor Amadeus Hoffmann, in qualit di cerimoniere e
organizzatore della Notte con Mozart, il ricordo che del
maestro da poco defunto conservano i personaggi che gli
sono stati vicini in vita forma la trama del pezzo. Cos
Hoffmann, nel ruolo di narratore,  quasi sempre in scena
e non deve cantare.
Lo spettacolo, tradotto in francese, fu presentato con
notevole successo in diverse citt della Francia. In Italia
non era mai stato dato. Un gruppo di amici volle farmi un
regalo mettendolo in scena nella sala del Piccolo Regio
con la collaborazione dell'Associazione Amici del Teatro
Regio. Tutti lavorarono senza una lira di compenso. La
parte di Hoffmann fu sostenuta magnificamente da un ottimo
attore professionista, al quale sono ancor oggi molto
grata, come ai giovani cantanti anch'essi professionisti, ai
quali una mia amica attrice insegn a recitare e gestire in
scena. Sempre lei si occup della regia. Fu un successo. Alla
fine dello spettacolo tutti gli attori scesero dal palcoscenico,
circondarono la mia sedia a rotelle, e cantarono
l'aria di chiusura dello spettacolo. Tranne Hoffmann, che
faceva finta di cantare muovendo le labbra.
Che sorpresa! Si apre la porta finestra del terrazzo ed
entra Giacomino. A passettini piccoli e precipitosi, tenendo
le mani tese avanti perch  la prima volta che cammina
da solo, viene verso la mia poltrona gridando Alala,
che vorrebbe dire zia Laura, ma il grido gli si spegne sulle
labbra perch perde l'equilibrio e cade sulle ginocchia
poggiando le mani per terra. Non si  fatto male, ma si 
spaventato. Mentre la sua mamma, che gli stava dietro, lo
prende in braccio, lui spalanca la bocca per piangere, diventa
tutto rosso in viso, ma non emette nessun suono. Io
vedo quella bocca aperta che occupa quasi tutto il piccolo
viso, e mi viene in mente suo nonno, mio fratello, quando
in braccio al padre offriva al fotografo lo stesso spettacolo
sulla spiaggia di Francavilla al Mare, atterrito da
due centimetri d'acqua che bagnavano i piedi del padre.
Lo guardo e mi metto a ridere. Giacomino, un po' stupito,
mi guarda a sua volta, e subito il pianto imminente si
trasforma in riso. Rido io, ride lui, ride la sua mamma e la
tragedia  scongiurata.
 
Capitolo 51.
Arbusto nella nebbia.

Lo guardo e lo riguardo. Emerge dalla nebbia a poco a
poco, prima indistinto, poi sempre pi nitido. E un arbusto
di cardo che si va seccando, ma conserva ancora alcuni
degli inconfondibili fiori sfumati dal grigio esterno al
cuore, appena segnato da una pennellata lieve di viola circondata
di bianco che la fa risaltare. Il resto sono infinite
tonalit di grigio contro un cielo incerto tra pallido azzurro,
bianco e bigio. Una luce lievemente pi chiara, in
alto,  il sole che traspare nella nebbia, molto tenue ma
sufficiente a far emergere gli steli secchigni del cardo, i
pallidi fiori e alcuni bottoncini di un bianco luminoso.
 un'immagine di morte? No, di vita avviata alla morte.
Infatti due uccellini, due passeri credo, stanno sul cardo
a becchettar dei semi. L'arbusto morente ha ancora
qualcosa da offrire, ha ancora un alito di vita.
Fernando Eandi, il pittore che ha dipinto l'arbusto nella
nebbia e me l'ha regalato, non sapeva, non poteva saperlo,
che dipingeva il mio ritratto, la mia vita volta alla
fine.

 Capitolo 52.
Vacanza in montagna.

 l'ultimo giorno. Una lunga vacanza, troppo lunga per
me, soprattutto da quando le mie passeggiate sono limitate
al percorso del terrazzo. La montagna  fatta per i mistici,
e io non sono mistica.  fatta per i solitari, per quelli
che godono il silenzio. Anch'io amo il silenzio, ma per
breve tempo. Trenta, quaranta giorni sono troppi. Mi accorgo
che mi manca la compagnia della gente. Forse amo
la gente, anche nella sua variet.
Dopo aver costruito questo chalet in Val d'Aosta, mi
ero chiesta perch l'avevo costruito. Non mi piaceva sciare,
n fare escursioni impegnative. Passeggiate, s, le facevo
volentieri. Ho capito pi tardi la vera ragione di quell'impresa,
quando mi sono scoperta a piantare alberi nel
mio prato che, essendo sempre stato un pascolo di mucche,
era perfettamente brullo ma, come ho potuto constatare
dopo, riccamente concimato. Ho capito che amavo gli
alberi. E mi sono ricordata che, quando stavo per finire il
liceo, avevo deciso di iscrivermi alla facolt di Agraria.
Invece mi sono iscritta a Lettere.
Per mi era rimasta l'idea che piantare un albero  cosa
certa, tangibile, un atto di fede. Perch l'albero c',
 l, e quando muore, da lui ne nasce un altro. O pi di
uno. Ne ho fatto esperienza io stessa. Avevo piantato due
betulle, alte un metro circa, e sono morte. Ho tagliato i
tronchi a dieci centimetri dal suolo, e l'anno dopo c'erano
tre virgulti da un ceppo e due dall'altro. Li ho lasciati
crescere e ora ho cinque betulle, altissime ed elegantissime,
coi rami leggermente penduli. Dai loro semi ne sarebbero
nate infinite altre, ma non ho potuto lasciarle crescere
per ragioni di spazio.
Ho piantato un acero, e anche quello dissemina le verdi
eliche dei semi al vento d'autunno. Ho lasciato crescere
una sola delle molte piantine che spuntavano ai piedi
del vecchio, e l'ho trapiantata al bordo estremo del mio
giardino, dove il confine  segnato da rocce che si affacciano
su un pendio piuttosto ripido. Ora  un bell'albero
di vent'anni circa. Tra quelle rocce crescono spontanei i
noccioli, che io faccio potare a siepe, segnando con essi il
confine verso sud, mentre dagli altri lati  tracciato da staccionate
puramente indicative.
Tra quei noccioli ho scoperto un giorno una piantina a
foglie allungate e appuntite: era un castagno. L'ho lasciato
crescere e oggi  un bell'albero di circa dieci anni, dalla
fronda regolare e il tronco diritto, gi prodigo di frutti,
che lascio agli scoiattoli.
Ma non posso dimenticare i miei abeti. Ne avevo piantati
cinque, poco pi che ramoscelli, tanto che quando si
tagliava l'erba in primavera bisognava cercarli, perch sparivano
nel grasso fieno del prato. Ne sono sopravvissuti
tre, e dico per fortuna perch non avrebbero avuto lo spazio
per crescere. Ora hanno trent'anni circa e sono bellissimi:
uno  un abete bianco, con i rami leggermente penduli.
Gli altri sono i classici abeti di Natale.
Quanto sono alti? Guardo in su e vedo le loro cime
svettare nel cielo, come quelle delle betulle. Venti metri?
Non lo so,  troppo difficile misurarli con lo sguardo.
Tutti questi alberi sono davanti alla casa, nello spazio
rivolto a meridione, e la coprono, da quella parte, interamente.
Qui corre il lato pi lungo del terrazzo, assolutamente
nascosto agli sguardi altrui:  il mio pensatoio.
Dietro la casa, a nord, come sentinelle vegliano due larici
antichi, gi grandi quando ho comperato il terreno, nati
spontanei al bordo di un canale che una volta correva a
segnare il confine, ma gi da tempo deviato su un altro percorso.
Non so quanti anni abbiano. Dalla larghezza del
tronco, che gi allora non riuscivo ad abbracciare, deduco
che siano molto, molto vecchi. C' anche un ginepro di
fianco alla casa, tirato su in montagna e trapiantato con
poche speranze accanto a un roccione: ha attecchito e ora
 alto quasi quanto il pero selvatico che gli sta vicino. E
per finire, l'arbusto strappato dal fango di un canaletto di
scolo, dopo una gran pioggia, divenuto in dieci anni un albero
gigantesco: l'unico ospite esotico del mio giardino, il
salice giapponese, con le foglie graziosamente arricciate
all'ins.
Ho voluto dare un ultimo saluto agli alberi e mi sono
fatta accompagnare con la sedia a rotelle lungo il confine
sud per affacciarmi al margine del pendio sottostante: immaginavo,
per quanto potevo scorgere dal terrazzo, che
prosperasse l sotto una fitta boscaglia di ontani, che qui
hanno il loro habitat; pensavo che ci fossero cespugli infestanti
come la vitalba, alla quale io avevo impedito, tempo
addietro, l'accesso piantando edera in abbondanza. Ora
l'edera ricopre le nude rocce e il terreno brullo sotto abeti
e betulle, formando un bel manto verde che, d'inverno,
alleato al verde degli abeti e del ginepro, appare come un'isola
viva nel giallo delle foglie morte, dell'erba seccata dal
gelo, o nel biancore della neve indurita e fredda. Come un
folletto ridente si erge il ginepro, che io chiamavo un tempo
il mio piccolo gnomo. Oggi questo appellativo non
gli si addice pi.
Mi sono alzata in piedi sull'orlo di quella forra, che una
volta mi aveva dato qualche preoccupazione perch era stata
sfiorata da una frana, essendo al margine di una fascia
scistosa. La frana non tocc il mio terreno, ma oltre il confine
s'era formato un pendio scosceso e brullo, tanto ripido
che era pericoloso. D'istinto avevo preso l'abitudine di
buttare gi di l le pigne degli abeti che raccoglievo nel
prato, e anche ora che non posso pi farlo personalmente,
ho cura che l si gettino le pigne raccolte per terra. Il mio
istinto deve essere molto saggio, perch quando riuscii ad
alzarmi tanto da poter guardare sotto, vidi, e non me ne
meravigliai, un folto di piccoli abeti nati lungo il pendio
della forra. Ne vedevo le cime, perfette. Ne intuivo i tronchi,
diritti e slanciati a cercare la luce. Ne sentivo, al di
sotto, le pigne coi loro piccoli semi.
Era la vita che nasceva dalla morte. E la vita che nasce
dalla morte. Sempre.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Una riflessione.
...
Non avevo mai pensato di fare la scrittrice, n lo avevo mai desiderato. Amavo la mia professione, che mi dava molte soddisfazioni e non mi costava fatica: ero docente di germanistica con particolare specializzazione nella letteratura tedesca medievale, un campo poco o nulla studiato in Italia, nel quale mi ero avventurata con grande entusiasmo scoprendo cose assai interessanti.
Mi ero dedicata alla traduzione di poemi in antico tedesco - I Nibelunghi, il Tristano di Gottfried von Strassburg, il Gregorius di Hartmann von Aue -, che rendevo in versi italiani e che riempirono la mia vita fino a un certo momento. Il momento in cui fui ricoverata agli Ospedali Riuniti di Venezia per un disturbo alla vista: allora avevo la mia cattedra e vivevo a Venezia. Rimasi in ospedale due settimane, per analisi, bench il disturbo fosse totalmente scomparso dopo tre soli giorni.
Nell'inerzia forzata di quelle notti insonni ripassai nella mente tutta una trama di romanzo che avevo abbozzato per scherzo molti anni prima. Una volta dimessa dall'ospedale, ne feci una stesura corretta e completa: era il 1981 quando uscirono I dodici abati di Challant.
Pensavo, allora, che sarebbe stato il primo e l'ultimo romanzo della mia vita. Invece poi la narrativa mise radici in me come una necessit. O forse un vizio?
Laura Mancinelli
...
.
...
FINE.